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Gianni Berengo Gardin a Palazzo Reale

 Gianni Berengo Gardin – Venezia, 1960 – © Gianni Berengo Gardin / Contrasto


Gianni Berengo Gardin – Venezia, 1960 – © Gianni Berengo Gardin / Contrasto

Gianni Berengo Gardin (Santa Margherita Ligure, 1930) ha vissuto la sua infanzia in un Grand Hotel, andava a scuola con l’autista e aveva la erre moscia: alcuni dicono – e lui è d’accordo, con le dovute precauzioni – che forse è anche per riscattarsi da tutto questo che ha deciso di dedicarsi al reportage sociale. Continua…

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Anselm Kiefer alla Galleria Lia Rumma

Anselm Kiefer, Bavel Balal Mabul, 2012

Nella prima sala della galleria Lia Rumma, una vecchia macchina tipografica, da cui escono pellicole cinematografiche di piombo, quasi moderni fili tesi dalle Parche, sembra essere l’origine di storie di uomini, luoghi ed architetture, diversi tra loro, ma uniti nell’illusione di provenire da una matrice comune, una Mezzaluna fertile, culla della nostra civiltà, ormai resa irriconoscibile dalla confusione linguistica della nostra Babele, da cui il titolo Bavel Balal Mabul: dire la stessa cosa senza capirsi. 

Nella serie The shape of ancient thought, questa realtà/utopia di un’origine comune si materializza su grandi lamine fotografiche in piombo, su cui la nostra memoria, come energia chimica, fonde tra loro le fotografie di templi indù e greci, espressione entrambi, nelle loro colonne, di quella stessa necessità di ascensione delle torri di Kiefer, pur tanto fragili, povere e fatiscenti. 

Oggi, nel mondo multiculturale, come nella Germania del secondo dopoguerra, Kiefer ci pone ancora il problema delle nostre basi culturali, della nostra storia e del nostro passato (a Fulcanelli è dedicata una grande opera in mostra): noi non possiamo creare nulla dal nulla, ma solo sperare di compiere processi alchemici, dal piombo all’oro, dal peggio al meglio, sperare, cioè, nell’Arte, che unisce in un’invisibile trama di significati eterni le epoche, gli uomini ed i loro pensieri.

 

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Juergen Teller a Palazzo Reale

Vivienne Westwood No.1, London 2009. 241×183 cm.

La mostra di Juergen Teller a Palazzo Reale ha il considerevole pregio di essere gratuita, e per questo bisogna congratularsi con gli organizzatori. Il visitatore è, tuttavia, costretto a pagare il prezzo intellettuale di un allestimento approssimativo di un artista pur molto significativo. Se, infatti, la selezione dei lavori è molto accurata e testimonia la eterogeneità degli spunti e dei temi dell’artista –dal paesaggio al ritratto alla narrazione fotografica, molti altri aspetti dell’esposizione lasciano molto a desiderare. In primis la scelta, economica certo, e forse mascherata dietro false pretese di post-poverismo, di appendere le foto con solo delle mollette metalliche sulle magnifiche tappezzerie damascate di Palazzo Reale: un contrasto stridente che non si armonizza in nessuna sala, a parte quella in cui c’è Louis XV No.9, cosa che ho dovuto desumere dalle ricerche su internet (poichè manca ogni tipo di indicazione o di targhetta alle pareti), e quella in cui c’è un bell’effetto tra lo specchio di una delle stupende sale e l’acqua in cui è distesa una modella ritratta, di cui non riesco a ritrovare il titolo. Ora, io capisco che questa non sia la mostra di Picasso e che sia, magari –ma non credo–, frequentata dai soli addetti ai lavori, ma è mai possibile esibire dei lavori senza nemmeno dare l’informazione del titolo, come se ci si trovasse di fronte al Giuramento degli Orazi, che si suppone che tutti conoscano? Ancor più tragica è la bacheca in cui è esposto un foto-racconto, in cui molte foto sono accompagnate da un brano di testo, che si ricompone nella sua totalità leggendo in sequenza le diverse fotografie:  peccato che due fotografie siano invertite. Non è certo una tragedia, ma il fatto rende perfettamente conto della faciloneria con cui è stata allestita questa mostra, che, nonostante il grande nome della curatela che la accompagna (Francesco Bonami), che si fa notare nei suoi tratti salienti, è un perfetto esempio di quanta poca attenzione spesso si dedichi, in un Palazzo Reale ormai esausto, alla qualità degli allestimenti. Continua a leggere

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