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Goodbye, Devalle

Goodbye, Devalle

Goodbye, Devalle

Tutti stanno celebrando i successi del passato di Beppe Devalle (Torino, 1940 – Milano, 2013): le Biennali, Triennali, Quadriennali, da Venezia a Tokyo, passando per Roma e Milano, l’amicizia con Pistoletto, la frequentazione con Sperone, la Hayward Gallery, il Museo del 900, la Villa Reale di Monza, Palazzo dei Diamanti, il PAC, la GAM-Torino, il Corriere della Sera e l’insegnamento a Brera, ma anche il suo ritiro dalle scene e la lunghissima malattia. Tutto vero; eppure è un torto nei suoi confronti, perché gli ultimi suoi anni, nel silenzio della critica, li ha trascorsi a lavorare, pur divorato dalla malattia, da mattino a sera, per creare cose nuove, diverse da quelle che un tempo lo avevano reso famoso. Continua…

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Devalle: “Tutto passa attraverso di me, che battezzo, decido; io comunico un modo di pensare il mondo”

“Audrey Banana”, 1964. Collage su carta. Proprietà dell’artista.

collages degli anni ’60 di Beppe Devalle sono tra le opere che meglio illustrano il momento del difficile ritorno alla figuratività dopo l’onda dell’espressionismo astratto seguita agli orrori della seconda guerra mondiale e dei totalitarismi.

L’almanacco Bompiani sulla Pop Art edito in Italia nel 1962 fa capire a Devalle che bisognava confrontarsi di nuovo con la figura, con la realtà, ed in un modo nuovo rispetto al passato. L’attenzione, infatti, ora era puntata su ambiti lontani dall’arte, ma che l’arte aveva il dovere di conoscere: design, fumetto, fotografia, passerelle di moda, cinema, automobili. Ne derivano opere di grandissima forza comunicativa, di un’eleganza inusitata.

Devalle, però, comprende che qualcosa di fondamentale deve cambiare rispetto a ciò che già il Pop americano ha conquistato, e precisamente lui sente il compito di inserire qualcosa di europeo in queste opere: il ritaglio, la scelta tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, il senso critico, la capacità di non acquisire passivamente tutto ciò che la TV manda in onda. Continua a leggere

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Weinstock: “Il mio lavoro è sempre stato radicato nella fotografia, nell’idea di congelare nel tempo un momento o un ricordo”

“Vacation Uniform”, 2009. Camicie, pigmento, gomma. 33 x 196 cm. Collezione privata.

Jil Weinstock usa tecniche stranissime. Jil Weinstock è giovane. Jil Weinstock contesta nostalgicamente. Jil Weinstock sta vendendo moltissimo. Forse merita attenzione.
Un’opera come questa, Vacation Uniform, ricorda i quadri “industriali” di Tino Stefanoni, di cui riprende, a distanza di circa quarant’anni, il messaggio di “razionalità emozionale”, di unione di rigore ed emozione, rafforzandolo attraverso la resa tridimensionale degli oggetti, che dalla tela in 2D passano alla scultura in 3D.

Come è evidente, da giovane donna newyorkese di oggi, Jil Weinstock a questo messaggio-base di impronta post-pop aggiunge riflessioni ulteriori. In primis, nelle sue opere di “gommificazione” dei vestiti, si intuisce una contestazione radicale del sistema della moda. La moda, infatti, per esistere, deve continuamente negarsi, auto-distruggersi, essere nuova. Jil, invece, ingabbiando nella gomma abiti –usati– che le vengono donati, cristallizza i vestiti, l’oggetto di quella proteiforme creatura che è la moda, che da questo gesto viene completamente distrutta. Questo gesto non vale solo come contestazione della moda, ma anche come rivendicazione di una separazione dei mondi tra moda ed arte: se, da un lato, la moda per esistere deve continuamente auto-distruggersi, fuggire dal fantasma del proprio passato, l’arte con quel fantasma deve sempre e costantemente confrontarsi, in un’ottica assolutamente dialettica. L’arte è anche conservazione del passato nel presente, è novità nella conservazione. Questo aspetto conservativo è particolarmente evidente in opere come Airplain [2010], in cui la bronzatura di un aeroplanino Fisher-Price anni ’70 assume, tra gli altri significati, anche questa valenza. Continua a leggere

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Long: “Le mie opere sono reali, non illusorie o concettuali. Sono fatte di pietre reali, tempo reale, azioni reali”

“Camminata per tutte le strade ed i sentieri, toccando o attraversando un cerchio immaginario”, 1977. Mappa, testo, azione. Somerset, Inghilterra.

Richard Long non ama essere inserito nel movimento della Land Art, che si affermò attorno agli anni ’60 ed è uno dei movimenti più interessanti della seconda metà del ‘900. La Land Art nasce, dopo la ripresa di realismo –o meglio, di realtà– della Pop Art, come un’ulteriore rifiuto dell’Espressionismo Astratto. che vedeva l’arte nella sua autonomia extratemporale, rifugiandosi in una dimensione altra rispetto alla realtà, completamente distaccata dal mondo e dalla società (v. ad es. Rothko). Già il minimalismo, nella sua interazione con l’ambiente circostante, esprimeva una direzione diversa. Dal minimalismo e dalla Body Art, la Land Art prende una gestualità spesso minimale (almeno nell’impatto visivo), che dialoga sempre con l’ambiente che ha intorno. Questo dialogo dai land-artists viene caricato anche di significati politici molto evidenti: molto prima di chiunque altro, essi pongono la loro attenzione sull’ambiente in senso ecologista; intuiscono già dagli anni ’60 che il modello di sviluppo consumistico stava minando alla base la nostra convivenza con la Natura, sia in termini di sostenibilità ambientale, sia di turbamento dell’interazione Uomo-Natura. La loro Arte contesta anche ogni modello di produttività capitalistica, che proprio in quegli anni, con le gallerie newyorkesi si stava impossessando anche del mondo dell’Arte. Opere come questa, che consiste in una banale camminata, non potevano in alcun modo essere commercializzate, e per qualche tempo mandarono “in tilt” il sistema del commercio dell’Arte.

L’Arte non era più finalizzata alla produzione di un oggetto, ma alla produzione di una relazione, che costitutivamente si svolge in uno spazio-tempo preciso, che rifugge dalla a-temporalità dell’astrattismo americano (si pensi a Michael Heizer a “When Attitudes Become Form”). Svolgendosi nello spazio, e non producendo un oggetto, necessariamente ogni rappresentazione fisica dell’opera non è davvero l’opera, ma solo un suo residuo oggettuale. Una fotografia, o una mappa (come in questo caso) ci dice tanto la presenza, quanto l’assenza dell’opera: lo spettatore poteva vedere la mappa esposta nella galleria, ma non Richard Long che in quel momento stava camminando per i sentieri del Somerset.
Le opere di Land Art o non producono un oggetto, o, qualora lo producano, esso è destinato al deterioramento inarrestabile nella natura. Del resto, da una parte la contestazione della “crioconservazione” dell’opera nei musei e nelle gallerie, e, dall’altra, il ritorno alla Natura sono elementi essenziali della poetica della Land Art: le opere sono inserite nel processo cosmico dell’entropia (cioè la tendenza al disordine e, quindi, alla distruzione), e sarebbe perciò assurdo pretenderne la conservazione. Continua a leggere

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Stefanoni: “Amo l’Arte quando è lucida come un atto notarile e la sua poesia è nascosta.”

"Le borse di gomma 72B", 1973. Tecnica mista su tela di lino, cm 95 x 80. Collezione privata.

Nonostante Tino Stefanoni sia un artista già di grande successo, forse oggi è il momento di tributargli ancora più onori, e giustamente quest’anno è stato riproposto, dopo un po’ di anni che mancava, alla Biennale di Venezia.

Questo artista lecchese, classe 1937, ha dipinto per anni oggetti di una disarmante ovvietà, un “abbecedario visivo” della nostra realtà quotidiana: tazzine da caffè, scrivanie, imbuti [“Imbuti gialli 74”, 1969], boules per l’acqua calda, matite [“Le matite bianche 144B”, 1973], camicie [“Le camicie 37”, 1970] e barattoli [“I barattoli 64B”, 1973], di solito su tele di lino in cui gli oggetti venivano disposti secondo un precisissimo ordine geometrico, un vero progetto ingegneristico, tanto che le sue tele possono ricordare quasi una presentazione di un progetto industriale.

Eppure quelle immagini sono di una persistente bellezza, di una compostezza misurata. E in quella semplicità di figure sospese, quasi progetti di nuove creazioni di un demiurgo, aleggiano misteri quasi primordiali, ontologici: il mistero della creazione e dell’ essere, della presenza, della verità della rappresentazione. Continua a leggere

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