“Fuoriclasse” alla Galleria d’Arte Moderna

Giulio Frigo, “Stanza 23”, 2012.

La mostra alla GAM proposta da Luca Cerizza intende dare voce a molti allievi, più o meno noti, del grande Alberto Garutti, creando una sorta di mosaico di stili e linguaggi assolutamente eterogenei, nei confronti dei quali Garutti ha dimostrato l’apertura mentale che si addice ad un grande maestro, lontano dalle invidie e dalle imposizioni nei confronti dei propri allievi, che, talvolta, il maestro, lo superano.
Si respira, quindi, tra le sale della GAM un clima di assoluta libertà espressiva, appunto fuori-classe, lontana dagli accademismi.
Quanto al sito dell’esposizione, le critiche piovute (e scritte sul libro delle condoglianze nell’opera di Roberto Cuoghi), sono comprensibili nel momento in cui alcune sale sembrano essere state allestite in economia, ma soprattutto non in dialogo con le opere esposte. Fare una mostra tra le sale di un museo non significa farla in una scatola asettica, ma in un luogo di misurati e studiati dialoghi, in cui le opere moderne possono e devono entrare, ma pur sempre rispettando quel dialogo, inserendovisi sottilmente. Ciò chiaramente richiede un enorme sforzo di studio, anche delle opere del museo. 
L’altro problema fondamentale della mostra è senza dubbio il depliant esplicativo. Assolutamente inappuntabile l’idea di creare un sistema di corrispondenze sulla mappa tra opere e numerini, che rimandano all’artista, ma perchè mettere gli spunti di riflessione sulle opere sul retro del depliant, in ordine alfabetico per artista? Sembra una piccola cosa, ma significa consentire ad una persona di riflettere sulle opere durante il percorso senza dover continuamente girare e rigirare un depliant/lenzuolo formato 45×50 cm. Usando, banalmente, un carattere più piccolo, ci sarebbe stato tutto sul fronte del foglio. Senza contare, peraltro, alcuni grossolani errori nella corrispondenza tra le posizioni segnalate sul depliant e le opere che spesso sono in altra sede, o proprio non si trovano, o sono in un punto diverso della stanza. Certo, l’idea, in un certo senso, di “cercare l’arte” è molto stimolante, ma non dovrebbe risolversi in un’impresa disperata.
Tutto ciò denota un certo atteggiamento approssimativo, fieristico, più che culturale, dove il dramma che le fiere o le grandi esibizioni non siano più eventi culturali, ma solo exhibitions, viene accresciuto dal fatto che sia un museo, un’istituzione pubblica di divulgazione culturale, a dar voce ad un atteggiamento del genere.

In questo senso, forse, limitare la scelta degli artisti, scegliere solo i lavori più interessanti (che non mancano affatto), sarebbe stato più saggio.
Gli artisti ormai già molto affermati, ci hanno offerto opere di grande qualità. Cuoghi apre il piano superiore con una maschera funeraria di faccia e mani di Garutti [Senza titolo, 2012], con relativo libro di condoglianze, sottile riflessione –forse– anche sulla cosiddetta morte dell’arte. Patrick Tuttofuoco campeggia in uno dei saloni centrali del primo piano con un’ immensa maschera in vetroresina, tra totem e modernità, e, con Lara Favaretto ed il suo meraviglioso cubo di coriandoli blu [Untitled, 2011], tanto volumetrico quanto fragile, ha trovato forse la collocazione più infelice della mostra.
Paola Pivi, con un oggetto che oscilla tra maschera e collana, ci rimanda a quei mondi e tempi lontani, che sono alla base del suo vivere anacoretico in Alaska. Berti, più tecnologicamente, costella il percorso con dei video proiettati sulle sculture neoclassiche della Galleria [Artisti che si ripetono2012]. Se Patrizio Di Massimo apre, all’ingresso del primo piano, con la meravigliosa opera I have to improve my work [2003], alludendo alla sistematica autocritica necessaria al progresso artistico, De Bernardo  chiude, all’uscita del primo piano prima dello scalone, su un versante più provocatorio, con un grande distributore di ostie in palline di plastica.
Almeno per alcuni di questi lavori (come per molti altri non citati), vale quanto detto prima sulla collocazione inadeguata, sulla mancanza di un dialogo con il museo, come se alcune opere sentissero il fastidio di avere tutte quelle altre “cose” intorno, chiedendo spazi bianchi e propri, creando nello spettatore un senso di crescente disagio nei confronti di un allestimento che, talvolta, sembra molto approssimativo.

Altri artisti meno noti al grande pubblico, anche se di grande successo (Tolone, Tadiello, Bolognesi, Borgonovo, Tosi) hanno creato opere molto significative: bastino i monumenti allo scarto, alla lirica quasi depisisiana del rifiuto di Tolone.
Inoltre, ci sono state, per me personalmente, delle assolute scoperte di altissima qualità, molto convincenti: a partire dalle “memorie di viaggio” di Emiliano Furia, con i frammenti di opere d’arte di artisti più noti, conservati come souvenir, punti di riferimento sacralizzati da cui sviluppare un proprio percorso, per continuare con Gianluca Belloni con il suo hot-dog circondato da un tessuto di lana pazientemente lavorato a maglia, come a rappresentare il contrasto del consumo veloce e del lento lavoro tradizionale, che sembra ricordare le “piccole velocità” di Rosai e Soffici, contemporaneamente futuriste ed anti-futuriste; Filippo Ballarin, nelle sale della collezione Durini, ci stupisce con un’ambigua scritta FAME [2012] –”fama”, in inglese– scintillante, un sogno da inseguire, in cui si rischia di rimanere con in mano solo l’italianissima fame; la discrezione, poi, del video-racconto di Luca Lomonaco ci immerge in un linguaggio del desiderium, dell’assenza, dell’indicibile segreto lirico ambientato tra i grattacieli e le baracche di Shangai. Infine, Lisa Dalfino restaura solo l’occhio di un danneggiatissimo dipinto seicentesco, facendo una riflessione metartistica sul senso della tradizione, del recupero del passato, quantomai adeguata al contesto di questa mostra.

Come sempre, l’effetto tangenziale di scandalo politico legato a questa mostra, è stato messo al centro di essa: la nuova giunta si è rifiutata di sostituire il tricolore issato all’ingresso della GAM con il tricolore fatto di cartine di caramelle [Ho mangiato mille caramelle, 2012] di Chiara Luraghi, allusione, molto convincente, al massimo sacrificio che la patria oggi può richiedere ai suoi cittadini. A me la questione sembra molto banale: una giunta responsabile, in quanto rappresentante delle istituzioni, non può affatto avallare una richiesta del genere. Dall’altra parte, o l’artista concepisce quel tricolore come un’opera che si possa esporre anche su una parete bianca, oppure, se essa deve essere collocata al posto di un tricolore tradizionale, essa si sarebbe dovuta rendere conto che questo è un significato sovversivo, che, nel caso, andrebbe esplicitato attraverso un’azione sovversiva. Chiedere l’autorizzazione per farlo, sarebbe come chiedere al governo in carica l’autorizzazione di fare la rivoluzione. Mi sembra un capriccio da chi cerca lo scandalo, senza assumersi la responsabilità di fare scandalo fino in fondo, pur avendo fatto un’opera che merita.

Milano – GAM, Galleria d’Arte Moderna
dal 7 ottobre al 9 dicembre 2012
“FuoriClasse” – 20 anni di arte italiana nei corsi di Alberto Garutti
a cura di Luca Cerizza

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