Devalle: “Tutto passa attraverso di me, che battezzo, decido; io comunico un modo di pensare il mondo”

“Audrey Banana”, 1964. Collage su carta. Proprietà dell’artista.

collages degli anni ’60 di Beppe Devalle sono tra le opere che meglio illustrano il momento del difficile ritorno alla figuratività dopo l’onda dell’espressionismo astratto seguita agli orrori della seconda guerra mondiale e dei totalitarismi.

L’almanacco Bompiani sulla Pop Art edito in Italia nel 1962 fa capire a Devalle che bisognava confrontarsi di nuovo con la figura, con la realtà, ed in un modo nuovo rispetto al passato. L’attenzione, infatti, ora era puntata su ambiti lontani dall’arte, ma che l’arte aveva il dovere di conoscere: design, fumetto, fotografia, passerelle di moda, cinema, automobili. Ne derivano opere di grandissima forza comunicativa, di un’eleganza inusitata.

Devalle, però, comprende che qualcosa di fondamentale deve cambiare rispetto a ciò che già il Pop americano ha conquistato, e precisamente lui sente il compito di inserire qualcosa di europeo in queste opere: il ritaglio, la scelta tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, il senso critico, la capacità di non acquisire passivamente tutto ciò che la TV manda in onda.

Un po’ con l’atteggiamento del bambino che vuole capire come funziona l’arcano meccanismo del mondo, un po’ con il senso critico di un ragazzo cresciuto, Devalle incolla, strappa, taglia dai magazines stranieri una serie di immagini che ormai sono icone del nostro mondo, e crea qualcosa di assolutamente nuovo.

Non sempre, però, i collages di Devalle hanno come soggetto la diva, l’automobile o le sigarette: talvolta essi ragionano sul paesaggio, che, sottoposto ai tagli delle forbici di Devalle, viene aggiustato architettonicamente dal demiurgo-artista: il paesaggio diventa architettura, diventa oggetto su cui si può posare il tocco di Devalle, che comunica un nuovo modo di pensare il mondo.

Già in un collage come “Arco Kodiac Special“, invece, si intravvede qualcosa di diverso: nel quadro si perde un soggetto ben regolato, e si abitua, invece, lo spettatore a degli shocks visivo-temporali cui prima non era abituato in alcun modo, sull’onda lunga del cubismo. Nascono così le prove collage per i quadri che Devalle esporrà alla Biennale del ’66.

Pochi anni dopo, infatti, Devalle capisce che quei collages possono essere la base per dei quadri totalmente nuovi, per un ritorno della pittura sulla scena artistica internazionale [Happy times, 2004]. Una pittura dalle linee decise, dai tagli netti, che parte sempre dalla fotografia, e quindi su qualcosa di già “scelto”. La pittura è così, un’arte più nobile, di primissima qualità, una scelta della scelta. Nel lavorare su un linguaggio già codificato, Devalle riesce così ad ottenere effetti fortissimi, altrimenti impensabili.

Devalle arriva così ad una verità più vera del reale, comprendendo nella sua pennellata eternizzante un mondo fatto di piccole starlettes, che finiranno, come tutto il resto. Tutto per loro è compiuto, manca solo il pennello dell’artista che ne suggelli la verità più intim:, la miseria più cocente di questo squallido cast dell’effimero, di cui Devalle decide, in ultima istanza, i movimenti. Come diceva il titolo di una sua mostra: You are my destiny.

Ho voluto limitarmi ai soli collages, con un breve accenno alla più recente pittura, poichè a Milano, al Museo del 900, si sta tenendo una mostra appunto sui collages degli anni Sessanta. Spero di tornare presto, molto più approfonditamente, sulla pittura di questo artista, tra i più interessanti della scena internazionale.

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