Weinstock: “Il mio lavoro è sempre stato radicato nella fotografia, nell’idea di congelare nel tempo un momento o un ricordo”

“Vacation Uniform”, 2009. Camicie, pigmento, gomma. 33 x 196 cm. Collezione privata.

Jil Weinstock usa tecniche stranissime. Jil Weinstock è giovane. Jil Weinstock contesta nostalgicamente. Jil Weinstock sta vendendo moltissimo. Forse merita attenzione.
Un’opera come questa, Vacation Uniform, ricorda i quadri “industriali” di Tino Stefanoni, di cui riprende, a distanza di circa quarant’anni, il messaggio di “razionalità emozionale”, di unione di rigore ed emozione, rafforzandolo attraverso la resa tridimensionale degli oggetti, che dalla tela in 2D passano alla scultura in 3D.

Come è evidente, da giovane donna newyorkese di oggi, Jil Weinstock a questo messaggio-base di impronta post-pop aggiunge riflessioni ulteriori. In primis, nelle sue opere di “gommificazione” dei vestiti, si intuisce una contestazione radicale del sistema della moda. La moda, infatti, per esistere, deve continuamente negarsi, auto-distruggersi, essere nuova. Jil, invece, ingabbiando nella gomma abiti –usati– che le vengono donati, cristallizza i vestiti, l’oggetto di quella proteiforme creatura che è la moda, che da questo gesto viene completamente distrutta. Questo gesto non vale solo come contestazione della moda, ma anche come rivendicazione di una separazione dei mondi tra moda ed arte: se, da un lato, la moda per esistere deve continuamente auto-distruggersi, fuggire dal fantasma del proprio passato, l’arte con quel fantasma deve sempre e costantemente confrontarsi, in un’ottica assolutamente dialettica. L’arte è anche conservazione del passato nel presente, è novità nella conservazione. Questo aspetto conservativo è particolarmente evidente in opere come Airplain [2010], in cui la bronzatura di un aeroplanino Fisher-Price anni ’70 assume, tra gli altri significati, anche questa valenza.

Nell’opera in analisi, in Airplain, ma anche in opere come  Group Portrait 2 [2009], ciò che emerge, nella sua assenza, è sempre un’identità: quella dei possessori delle camicie, del bambino che giocava con l’aeroplanino, delle donne che indossavano i vestiti. Un’identità celata, nota solo ai soggetti interessati, mai riconoscibile agli altri: un’identità pudica, senza faccia. Le identità delle persone possono passare anche attraverso gli oggetti, posseduti o prodotti, e non solo attraverso l’esposizione ostinata della propria faccia e del proprio corpo, come Face-book, invece, ci vuole far credere.
In questo c’è, a mio giudizio, inoltre, un’altra presa di posizione sull’arte e gli artisti, l’oggetto d’arte in relazione alla persona dell’artista: troppo spesso, negli ultimi anni, abbiamo assistito ad una santificazione dell’artista, ignorandone, di fatto, l’opera, se non spesso nei suoi soli aspetti provocatori.

Soprattutto la serie dei giocattoli ricoperti di bronzo, ma in realtà tutta l’opera della Weinstock, sono attraversati da una vena di latente nostalgia: suscitano in noi la stessa emozione di vecchie fotografie. La fotografia, di per sè, ha qualcosa di legato alla morte, di malinconico (basti pensare ai suoi iniziali utilizzi nei mortuari): la fissazione del passato che non gode della mobilità e della labilità del ricordo, è sempre più malinconica del ricordo stesso. Non è un caso, quindi, che in questa volontà di congelare il passato l’autrice colga un’analogia del suo lavoro con la fotografia, e che ne derivi una riflessione sulla nostalgia.
Ma la questione è più complessa: a me sembra che queste opere racchiudano in sè elementi molto contrastanti: se da un lato la bronzatura, la sua lucidità trasmette certamente malinconia, dall’altro l’attenua: le superfici così pulite, l’appropriazione che l’artista conduce rispetto al gioco in plastica, sono tutti elementi di forte presenza personale, molto distante da un’idea di malinconia. L’idea di chiudere in un involucro di bronzo dei giocattoli è, inoltre, tanto protettiva, idealizzante, quanto ossessiva ed escludente rispetto al mondo esterno. In questi giocattoli sembrano poter convivere infanzie spensierate, infanzie turbate, infanzie protette, ma poco vissute. Ed è proprio grazie a questa complessità che questi oggetti non possono diventare dei feticci, che mettono in guardia dal far diventare gli oggetti dei feticci: Jil Weinstock ci sta indicando una terza via tra feticismo e consumismo dell’oggetto: viverlo e farlo proprio, per sempre. La tecnica che usa Jil, in effetti, aiuta a raggiungere questo scopo, perchè la bronzatura eternizza i segni del tempo, li evidenzia, si insinua tra le impercettibili storture della plastica, fissando il passato nella nella nostalgia della memoria.

Questa appropriazione così violenta, tuttavia, non impedisce affatto a questi oggetti di evocare in ogni spettatore emozioni: a tutti quei vecchi vestiti, quelle camicie e, soprattutto, i giocattoli Fisher-Price dicono qualcosa, suscitano un ricordo. Ci si svela di fronte, insomma, il segreto di far proprio un oggetto senza possederlo: pur sapendo che l’oggetto ha una sua vita, che passerà in altre mani, lasciarvi sopra la nostra impronta. Come, da anni, vengono pubblicizzati i lussuosi orologi Patek Philippe: “Un Patek Philippe non si possiede mai completamente. Semplicemente, si custodisce. E si tramanda.”

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