Manzoni: “Ho mangiato una scultura”

"Consumazione dell'arte dinamica del pubblico divorare l'arte", esemplare n°16, 1960. Uovo, inchiostro, bambagia e legno, 5,6x6,8x8,2 cm. Collezione privata.

Il titolo di quest’opera è già un’enigma, e ciò non ci stupisce se parliamo di Piero Manzoni. L’immagine riportata, in realtà, non visualizza altro che il residuo oggettuale della vera opera d’arte, che consisteva in una performance di Manzoni il 21 luglio 1960 alla Galleria Azimut di Milano. Durante la performance, degli studenti di Brera, o di quell’ “Accademia alternativa” che era il bar Jamaica di quegli anni, non facevano altro che mangiare circa 150 “uova d’artista” sode, su cui Manzoni aveva apposto la propria impronta digitale.

Il titolo, alla luce di questa descrizione, dovrebbe quindi apparire come: “Consumazione dell’arte. Dinamica del pubblico. Divorare l’arte”. Evidentemente l’opera non è altro che l’allegoria della creazione dell’opera d’arte, in particolare scultorea: prelievo di un materiale naturale e sua trasformazione in opera d’arte attraverso la mano dell’artista, cui viene attribuita una sorta di sacralità. Ed, in effetti, è facile capire come la riflessione di Manzoni si ponga in linea con quella avviata da Duchamp con i suoi ready-made, per cui la scelta dell’artista è ciò che fa l’Arte. Come dire che tutto può essere arte, e come dire, quindi, che niente è arte. Come avevamo già visto per Duchamp, però, dire che niente è arte significa dire tutto dell’Arte, della sua esigenza di essere l’Indefinito che riempie le nostre debolezze, e non un rigido e forte schematismo che si fissa davanti a noi in un arido e muto monologo.

A questa riflessione già duchampiana -ancora oggi non sufficientemente radicata nella società-, Manzoni aggiunge un apporto concettuale superiore rispetto a Duchamp, per cui, tra l’altro, l’oggetto aveva comunque un significato indipendente, foss’anche solo psicoanalitico. Per “arte concettuale” intendiamo, invece, quel movimento per cui c’è un’analiticità di pensiero che risiede al di fuori dell’opera, il cui apporto è artisticamente superiore rispetto all’oggetto finito. Ed ecco, quindi, che Manzoni è uno straordinario precursore del concettualismo. E non si cada nella facile scorciatoia del considerarlo un banale provocatore che inseguiva il successo, poichè in quegli anni nessuno era ancora disposto (in particolare in Italia) a guardare ad un artista del genere come ad un precursore del futuro. Ricco, Manzoni lo era, ma di famiglia, ed aveva una solida preparazione umanistica, coltivata al Liceo Classico Leone XIII dei Gesuiti di Milano. Doveva esserci, insomma, un motivo serio, per fare quel che faceva.

Certo, Manzoni intuisce l’importanza del livello comunicativo anche in arte: si muove sempre su livelli diversi, facendo convivere un senso ricercato e profondissimo con una spettacolarità provocatoria, che possa attirare attenzione. Ma, del resto, l’arte ha sempre provocato (v. intervista a Marina Abramović): anche Caravaggio provocava, anche Courbet provocava, come oggi provoca Cattelan, poichè la provocazione sta nel gettare il futuro nel nostro presente, per farlo apparire già vecchio, già passato, provocando la ribellione della società civile, che come una vecchia signora che si tiene solo con il cerone, non accetta di sentirsi vecchia. Certo nessuno era arrivato al livello della “Merda d’artista” [1961] di Manzoni…

L’opera è, al di là di questo livello “provocatorio”, serissima e profondissima, se pensiamo anche solo che queste sono le “uova di Piero”, che non può che rimandare alla Sacra conversazione di Piero della Francesca [1472], alludendo alla perfezione dell’uovo, “benchè sia fatto col culo” (Bruno Munari). E ciò giova nel riflettere sulla convivenza nell’Arte di perfezione e debolezza, bassezza e vette dello spirito, triviale umanità e sacralità. La scelta, peraltro, “purovisibilista” di un’impronta ovale su una forma ovale è sicuramente ricercata.

Ma l’opera non è tanto nell’uovo, quanto nella sua ingestione: l’idea è quella della consumazione dell’opera d’arte, dell’interiorizzazione, dell’Arte come cibo per la mente e per il corpo, l’Arte come corpo sacro da ingerire, l’Arte, insomma, come Eucaristia.
Ed anche le uova che, invece, Manzoni vuole conservare, vengono messe nella bambagia, esattamente come le uova appena fecondate, che sarebbero, altrimenti, materia inerte: il collezionista che fa suo l’uovo è come se fosse il proprietario di un’ovaia fecondata, la mamma incinta dell’opera d’arte.

In un modo o nell’altro, viene abbattuta al massimo la barriera tra opera e spettatore, preludendo quasi agli esiti di poco successivi dell’arte cinetica, che si muove con e grazie allo spettatore (ad es. quella di Davide Boriani), con un pubblico, quindi, che deve entrare in “comunione” interiore con l’opera d’arte, farla proprio (o farne parte), non potendo più essere semplice spettatore del mondo.

Penso, del resto, che uno dei significati più profondi di Manzoni sia quello del rinnovo del senso di responsabilità: in modo giocoso e provocatorio, Manzoni non sta facendo altro che richiamare ciascuno alle sue responsabilità. Tanto l’artista, che imprime la propria impronta digitale, che compie il gesto di chi viene schedato dalla polizia, quanto lo spettatore che è chiamato sia ad assumersi la responsabilità di guardare e non solo di vedere l’opera d’arte, di farla propria, di mangiarla e digerirla, di tradurla in prassi nella realtà.

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