Talking with: Marina Abramović

Marina Abramović

Sabato 24 marzo incontro Marina Abramović nell’ambito della sua mostra milanese “The Abramović Method”, fino al 10 giugno al PAC di Milano. Ecco, quindi, qualche domanda che sono riuscito a farle solo per voi…

Lei sarebbe un’artista anche se non ci fosse pubblico durante le sue performances?
Io no. Ma è un po’ complicato: prima di tutto io sono un’artista e ciò significa che lo sarei, con o senza il pubblico. Potrei, infatti, essere un’artista senza fare performances, perché si può essere pittori o scultori, o qualsiasi altra cosa, e, quindi star bene anche senza pubblico: in effetti se sei artista in questo senso, non ti è strettamente necessario il pubblico. Ma io, come artista, uso il medium della performance e perciò sarebbe ridicolo farla senza pubblico: non ce ne sarebbe ragione.

Qual è il ruolo del dolore nella sua arte?
Il dolore è solo qualcosa di cui abbiamo paura e io voglio vedere perché. Noi facciamo sempre cose che ci piacciono, e non quelle che non ci piacciono. A me non piace il dolore e voglio vedere cos’è, e perché non ci piace e come possiamo controllarlo.
Io insceno situazioni dolorose, e uso l’energia del pubblico per farlo. Io posso farlo e quindi loro possono farlo nelle loro vite, ed essere liberate ndalle paure.
Non lo farei mai nella mia vita “reale”, perché non mi piace il dolore….

Cos’è successo che l’ha fatta passare dall’arte violenta degli anni ’70 a questo tipo di arte pacifica?
Questa è più violenta di quella degli anni ’70, anche se meno spettacolare. E ora si potrebbe pensare che sia “facile”, ma la mente è la cosa più difficile da capire e controllare. Usare il corpo è facile se fai cose dolorose e poi hai tre mesi per riprenderti, ma… prova a fare la stessa identica cosa per tre mesi dieci ore al giorno, senza muoverti, e vedi cosa succede…
Ho ormai sviluppato idee diverse, a partire dall’esperienza: non c’è più motivo per me di fare di nuovo quelle cose, perché le ho già fatte. Volevo andare oltre, e in questo processo ho scoperto che la mente è davvero il “grande affare”, perché non la controlliamo, non sappiamo come farlo. Mentre la civiltà orientale, ogni cosa che venga dall’Est, dalla Cina, dal Tibet, dagli Aborigeni, dall’India, lo sa benissimo. Noi non lo sappiamo, quindi ho imparato da lì e ho cercato di portarlo qui.

Oggi qual è il ruolo della provocazione nell’arte?
Non mi piace provocare. Per me l’arte ha a che fare con l’elevazione dello spirito umano e non con la provocazione. Se un lavoro è solo provocazione, ha vita breve, come delle vecchie notizie. L’arte deve essere così maggiormente efficace, deve avere così tante stratificazioni di senso. Beh, anche la provocazione è uno di questi sensi, ma l’arte deve avere anche un senso politico, sociale, prevedere il futuro, porre domande e dare ossigeno alla società. Deve essere così tante cose, perché solo la provocazione è una cosa così piccola e volgare… Alcuni artisti possono farla, è una loro scelta. Ma, dammi un artista che facesse solo provocazione e che sia uno dei più importanti artisti dell’ultimo secolo: non c’è. Ma se pensi a Marcel Duchamp, lui davvero ha inventato nuove strutture: stava facendo una provocazione quando disse che il pissoir era un ready-made, ma dietro questa provocazione c’erano idee molto più interessanti.

E’ vero che la rivoluzione più importante introdotta dalla performing art è far creare al pubblico stesso l’opera d’arte?
Sì, certo. Guarda a ciò che accade qui a The Abramović Method: la gente è qui e lo fa per davvero, sinceramente, ed è fantastico. Ognuno deve avere la sua personale esperienza: non si guarda e basta. Devi farlo, e se non l’hai ancora fatto ci sono altri tre mesi, anche se senza di me. Non avete bisogno di me, avete bisogno di voi stessi. In effetti ho creato un sistema generato da se stesso: c’è un pubblico che osserva e un pubblico che partecipa. Se partecipi, diventi osservato: sei pubblico e artista tutto in uno. E sono felice di questo metodo perché funziona.
E’ davvero importante che funzioni, e ora, infatti, stiamo insegnando a degli studenti a continuare, e voglio creare una sorta di sistema internazionale che possa essere ovunque nel mondo nello stesso momento.
Cosa ci è stato rubato dalla cultura occidentale moderna?
Questo metodo torna indietro all’origine. Pensi alla natura, a te stesso. Ma perché la gente lo fa? Forse perché pensano che qualcosa ci manchi, questo è il motivo.

L’arte per lei è anche un rifugio?
Solo per il momento in cui la vivi. Perché in quel momento se mantieni il controllo di te, sei più forte. Ma quando ne esci, sei senza controllo di te, e continui a guardare l’orologio e il cellulare.

Si è mai sentita in imbarazzo ad essere nuda?
Sarei imbarazzata di essere nuda ora di fronte a te. Se sto performando, non mi inetressa, perché io sto presentando l’idea. Non importa il corpo: vecchio, in malora, comunque sia, è il corpo. Siamo nati nudi e non eravamo in imbarazzo. E poi è diverso nella vita privata o nella performance.

Le sue performance in questi anni si fanno sempre più lunghe. E’ un modo per costringere la gente a fermarsi e pensare?
Sì. Certo, ognuno è incasinato, è come fare una guerra. E se fai esperienza di questo metodo avrai tutte le risposte riguardo a questo.

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