DALÌ: “COS’È LA TELEVISIONE PER L’UOMO, CHE DEVE SOLO CHIUDERE GLI OCCHI PER VEDERE LE PIÙ INACCESSIBILI REGIONI DEL VISIBILE E DELL’INVISIBILE, CHE DEVE SOLO USARE L’IMMAGINAZIONE PER ATTRAVERSARE I MURI E NEI SUOI SOGNI FAR SVEGLIARE DALLA POLEVERE TUTTE LE BAGHDAD DEL PIANETA?”

"Sogno causato dal volo di un'ape attorno ad una melagrana un attimo prima del risveglio", 1944. Olio su tela, 51x41 cm. Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza.

Salvador Dalì è un artista molto controverso. C’è perfino chi lo ritiene un uomo che “porta nella visione onirica e piena di implicazioni sessuali un suo delirio di grandezza, un’ampollosa retorica neo-barocca, una ripugnante mescolanza di lubrico e di sacro” (Argan). Probabilmente è vero, ma è altrettanto vero che Dalì è uno dei geni dell’arte del ‘900.

A mio avviso è fuorviante considerarlo un surrealista, e da qui possono essere nati molti equivoci: non ultimo dei motivi è che il surrealismo aveva posto fine all’idea dell’artista come creator mundi, vedendolo solo come “passivo” medium di contatto con una dimensione oltre la realtà, ed invece Dalì è un creatore quasi romantico, assai più che chiunque altro nel Novecento.
Il surrealismo, infatti, con la sua “pratica dell’inconscio” prelude all’action painting di Pollock, ma guardando Dalì nulla potrebbe esserci di più lontano.

In questo quadro il titolo ci aiuta a ripercorrere il percorso onirico di una puntura d’ape, rappresentata dalla baionetta, che arreca a Gala (la moglie di Dalì) un dolore paragonabile a delle tigri ruggenti, e poi, con tutto lo stupore degli occhi del pesce, il risveglio. La melagrana è l’unico oggetto reale, l’unico dotato di ombra, che campeggia sul retro, ma aleggia anche sul davanti, essa stessa ed i suoi chicchi volteggiando e ronzando nell’aria come fossero proprio un’ape, dipingendo, quindi, anche l’errore di percezione, dovuto alla confusione ed alla concitazione del risveglio.
Il quadro appare già complesso, pur sorvolando su un’ altra attendibile interpretazione, che vede nella successione di animali un calco del corpo dell’ape: dal pungiglione, al corpo striato di giallo e nero, all’occhio, che si sovrapporrebbe al pesce. Del resto le due interpretazioni potrebbero benissimo convivere, creando un doppio significato, tipico dell’ambito onirico e per questo tipico di Dalì (si pensi ad “Apparizione del volto e del piatto di frutta sulla spiaggia” (1938), in cui è presente un oggetto triplamente significante: un cane, un cesto di frutta ed un volto). In questo senso, la mancanza di una rigida interpretazione e la coesistenza di diverse possibilità di interpretazione, che si sovrappongono, ci dice molto della nostra precarietà (l’elefante in bilico sulle zampe filiformi), del nostro fallimentare tentativo di essere sempre razionali e presenti a noi stessi: quando vediamo un oggetto, perdiamo inevitabilmente l’altro, toccando così con mano l’inafferrabilità del senso delle cose.

Quello che Dalì riesce a rappresentare, insomma, è la dimensione del sogno ed ancor più del crepuscolo tra sonno e veglia, razionalità ed irrazionalità.
Dalì ci sta, insomma, raffigurando delle scene intessute di fortissimi simbolismi, ma che non sono altro che un’istantanea del nostro inconscio. In realtà -contrariamente a quanto si può pensare- questo aspetto è molto lontano dal surrealismo “ortodosso”, che concepiva la rappresentazione dell’inconscio come un “work in progress”, che poco ha a che fare con la fissazione di una fotografia istantanea. Del resto, questa fissazione richiede una rielaborazione critica da parte dell’autore su se stesso, che tradisce l’idea dell’arte surrealista, concepita da Breton come “automatismo psichico puro”. Dalì stesso, infatti, parla delle sue opere come risultato di un metodo paranoico-critico: la paranoia viene razionalmente rianalizzata, mentre i surrealisti si sarebbero fermati alla fase paranoica.

In questo quadro l’ambiente è puramente sospeso, teso, già in attesa della propria distruzione, del risveglio, della luce reale.
Tutto l’ambiente è piattamente uniforme, un mondo di sogno, a parte quel calvario su cui giace Gala, che sembra ricordare la “Crocefissione” (1459) di Mantegna: il punto di contatto con la realtà è eroso, duro, spigoloso. Eppure il pittore ci tiene a rappresentarlo, poiché, come tutti i surrealisti cerca di risolvere le contraddizioni tra realtà e sogno, realtà ed arte, artista e società, inserendo tutto ciò che è possibile all’interno dell’opera, sotto la grande egida della libertà e dell’inconscio (che di per sè è sempre in relazione con il conscio, mentre il movimento contrario è molto più complesso), creando così una sur-realtà onnicomprensiva, unione di sogno e realtà, una totalità, insomma. Non c’è niente di più lontano di Kandinsky e dell’astrattismo da un’idea di questo tipo, che non può rinunciare ad un linguaggio figurativo, che del resto è il linguaggio della nostra mente e dei nostri sogni.

Questa è la “sistemazione dell’anarchia” di cui parla Breton. Ed in questo è anche il messaggio “politico” surrealista, che cerca di costruire qualcosa, magari anche di utopistico ed irrealizzabile, ma che comunque, diversamente da Dada [o dalla sua interpretazione, v. Duchamp], non si ferma alla pars destruens, ma lancia al mondo un messaggio positivo, di ricucitura della frattura tra individuo e società, artista e società, arte e realtà, non fermandosi alla malinconia di De Chirico, svuotata di sè.

Però la pittura di Dalì, effettivamente, ci sembra almeno in parte distaccarsi da questa idea, poiché sembra privilegiare una ricerca ossessiva della perversione, una sua lucida trascrizione, che -secondo alcuni- non porterebbe ad altro che a disperazione.
Ma l’orgoglio del genio-artista-Dalì ci dà un prezioso indizio in questo senso: la sua opera non tende alla disperazione (Dalì non lo era affatto), quanto alla conoscenza di sè, che diventa il primo presupposto della vita in società: ecco quindi che Dalì, se, da un lato, aggiunge un po’ di perversione alla “purezza” dell’anarchia dell’inconscio surrealista (spesso troppo casto e pudico), dall’altro carica questa perversione di un messaggio che è rivolto tanto alla coscienza di ciascuno quanto alla società tutta, realizzando -in questo- appieno il sogno surrealista di una coincidenza tra la libertà individuale di Freud e la libertà sociale di Marx.

Dalì, comunque, si dimostra padrone dell’immagine, dalla più semplice [“Donna alla finestra”, 1925], alla più complessa [“Morbida costruzione con fagioli bolliti: premonizione di guerra civile”, 1936], stupendoci ogni volta con una forza, una lucidità tale, che nei suoi dipinti “surrealtà” diventa quasi un sinonimo di una realtà finta, che si sovrappone alla nostra, ma che ci fa sognare un mondo di intense, malate e profonde emozioni, di vive passioni, di libertà.

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