Géricault: “Se gli ostacoli e le difficoltà scoraggiano un uomo mediocre, al contrario al genio sono necessari, e quasi lo alimentano”

"Le radeau de la Meduse", 1818. Olio su tela. 491x716 cm. Paris, Musée du Louvre

Théodore Géricault vive la sua breve vita in un momento molto particolare per la storia dell’arte, in cui si incrociano istanze neoclassiche (v. Flandrin), realiste e romantiche . Ed egli a suo modo attinge e dà spazio ad ognuna di queste tradizioni.

Anche qui, nella celeberrima “Zattera della Medusa”, i corpi si rifanno ad ideali neoclassici, ma la morte umile ne fa anche oggetti di una pittura realista, e senza dubbio la tensione, la luce e la passione che attraversa l’intera composizione sono schiettamente romantiche. Del resto la convivenza di questi diversi movimenti indica che essi rientrano nello stesso ciclo storico, ma semplicemente si differenzia l’approccio, che si alterna da razionale a passionale, come se fossero persone con caratteri diversi a muoversi nella stessa identica situazione politico-ideologico-sociale.

Quello che Géricault dipinge non è un “Giuramento degli Orazi” [1793], bensì un quadro di cronaca, un avvenimento contemporaneo, che si pone nei confronti dello spettatore non come una storia conclusa, ma come una riflessione sul presente con gli strumenti che esso stesso ci fornisce: non c’è alcuna allegoria, ma solo una realtà che si rivela nella sua crudezza.
Nonostante il quadro abbia tutte le caratteristiche del quadro epico-storico, la Medusa era una nave mercantile affondata nel 1816, e sul cui relitto erano sopravvissuti alcuni uomini, e solo tre o quattro riuscirono a tornare a Parigi. L’opinione pubblica francese fu molto sconvolta dai racconti dei naufraghi, che riferirono persino episodi di cannibalismo. 

Le forme sono classiche, sì, ma immerse in acqua, livide, con le calze ancora indosso, trascinate. Nessun personaggio della composizione emerge più di altri, o ci guarda: noi vediamo solo la morte di fronte a noi, in primo piano. Incrociamo solo lo sguardo riflessivo di quel vecchio michelangiolesco che sembra volerci trascinare negli abissi del pensiero, a riflettere sulla nostra condizione umana.
La piramide delle composizioni sacre viene qui sfruttata come per innalzare a soggetto del quadro una tensione angosciosa, un’attesa di salvezza nell’immensità del mare, su cui si intravvede, in fondo, come un miraggio, un profilo di barca. E -altro elemento di irriverenza- al culmine della piramide non c’è affatto una Madonna con bambino, quanto un uomo di colore, di spalle, che agita una bandiera.

Attraverso un soggetto così basso, una composizione così aulicamente irriverente, Géricault imbarca tutto il popolo francese su quella zattera (Michelet), un popolo sbandato ed alla deriva dopo la fine di Napoleone, un popolo che deve cercare la salvezza. La Medusa stava andando alla ricerca di ricchezze ulteriori, per soddisfare i capricci borghesi della Francia: ciò che naufraga è anche questo modello, questa ricerca di una ricchezza predatoria e senza limiti.

Géricault aveva capito che qualcosa stava naufragando già nel 1814, un anno prima della caduta di Napoleone, quando dipinse “Corazziere ferito che lascia il fuoco” , in cui un soldato è colto singolarmente nel momento non della lotta, dell’eroismo, del trionfo, dell’ardito combattimento [“Ufficiale dei cacciatori a cavallo”, 1812], bensì nel momento di una dignitosa ritirata, della sconfitta, del ferimento. Il cammino è reso difficoltoso dal dirupo: il cavaliere allora usa la sua spada, infoderata, come bastone, e il cavallo alza all’indietro le gambe, in una posizione opposta rispetto a quella del trionfatore [David, “Napoleone al passo del Gran San Bernardo”, 1800]. La sfida non è più quella dell’eroica salita, ma della dignitosa discesa, della sopravvivenza.

La passione per il cavallo, la caduta dal quale gli procurerà la morte, lo porta a dipingere nel “Derby di Epsom” [1821], una realtà in movimento, una gara, il momento di totale sospensione aerea dei cavalli, in un’indagine sul movimento, che, seppur sbagliata (se veramente i cavalli si muovessero così, si schianterebbero al suolo), come dimostreranno i famosi fotogrammi di Muybridge, anticipa di circa novant’anni le indagini futuristiche sul movimento (v. Boccioni) e, in generale, tutto il ‘900.
E ci si potrebbe dilungare  anche sul ciclo dei pazzi [“La monomane del gioco”, 1822], che prelude alle ricerche psicoanalitiche ed all’introspezione psicologica.

Certo, insomma, Géricault va visto come uno dei pittori più moderni di tutto l’Ottocento, per cui “realismo” -lontano da sterili prese di posizioni, che tornano su se stesse- significa saper cogliere la disfatta dell’ideale, l’ostilità tra uomo e natura, saper cogliere nello stesso volto, nella stessa scena, la nostra esistenza nella sua contraddittorietà, tra eroismo e meschinità, forza e debolezza, ricercando il sublime non più nei sogni neoclassici, ma fra le pieghe della vita di tutti i giorni, creando delle immagini in cui riflessione, disperazione, speranza, amore, odio, delusione, tristezza, felicità, gloria e umiliazione convivono, componendo, di fatto, la nostra vita.

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