FLANDRIN: “OH! TU NON SAI QUANTO L’INGIUSTIZIA È CRUDELE E AMARA PER IL CUORE DI UN GIOVANE UOMO”

"Jeune homme nu assis au bord de la mer", 1855. Olio su tela, 98x115 cm. Parigi, Musée du Louvre.

Hippolyte Flandrin è generalmente considerato un pittore neoclassico. In realtà il neoclassicismo vero e proprio si conclude con l’avvento del regime napoleonico, mentre Flandrin dipinge attorno alla metà del”800: 35 anni dopo la morte di Napoleone.
Il neoclassicismo è un movimento culturale complessissimo, che qui cercheremo in parte di analizzare “per differenza”. Bisogna, comunque, tenere da subito presente una cosa: “l’imitazione dell’antico non era un fine in sè, ma un mezzo per creare opere ideali di valore universale ed eterno” (Honour). C’era per i neoclassicisti una profonda differenza tra la copia, sterile, e l’imitazione, assai più elevata dal punto di vista intellettuale. Ed in effetti, è difficile pensare che quadri come questo siano copia dell’antico, -copia in senso stretto, intendo-, quando si vedono gli affreschi di Pompei [“Polifemo riceve una lettera da Galatea”, 45/79 d.C.]; essi, piuttosto, sono un libero riadattamento, ottenuto piegando alle moderne esigenze le forme e le suggestioni della classicità, principalmente scultoree.

Per quanto riguarda Flandrin, la sua distanza dal neoclassicismo vero e proprio sembra più che altro dettata dallo spirito del tempo, più che dalla personalità. La sua opera, infatti, si distanzia dal dettato “sociale” del neoclassicismo: dopo Napoleone e la restaurazione, non possono che essergli ormai estranei lo spirito riformista, la ribellione eroica e giovanile. Di fatto, a Frandrin manca di respirare quell’aria di libertà riformista che aveva contraddistinto gli anni prima della rivoluzione francese. Tuttavia, in realtà -come ha dimostrato Honour-, non ci fu una vera consequenzialità tra rivoluzione e neoclassicismo, nè in un verso nè nell’altro: un quadro come il “Giuramento degli Orazi” di Jacques-Louis David [1784], spesso considerato un appello alle virtù ed ai sentimenti repubblicani, di fatto va considerato solo come un’esaltazione per chi giura con fermezza di essere pronto a versare il sangue per la patria, che in quel momento, peraltro, era la Francia di Luigi XVI.

Questi artisti sarebbero poi stati, effettivamente, trascinati dall’onda della rivoluzione, ma ciò non vuol dire che al tempo pensassero ad essa come una concreta possibilità, nè v’era alcuno che pensasse a quei quadri in quel senso, tanto che spesso committente ne era la Corona stessa. Le opere politiche necessariamente non sono ambigue: si pensi alla Morte di Marat [1793]. David, ed altri, semplicemente impressero sulla tela ideali di rigida moralità, idealismo, fede nella ragione, nell’uomo, nel sacrificio, che trovavano un riferimento molto preciso nel mito greco-romano.

Anche questo aspetto didascalico manca a Flandrin, che, tuttavia, per altri tratti può essere accostato ai neoclassicisti: questo giovane è nudo, come moltissimi eroi antichi, poiché spogliato di ciò che è superfluamente necessario, proiettato con il suo nudo corpo nell’eternità degli uomini fatti sempre nello stesso modo, tutti uguali. Eppure questo corpo ha qualcosa di diverso: assecondando i precetti neoclassici, è un corpo etereo, altro, diverso da ciò che è possibile al mondo, un corpo idealisticamente naturale, o naturalmente idealistico, un corpo risultato dalla sintesi di ciò che di più bello può esserci nelle parti ma che non può davvero esistere nell’insieme, che rappresenti una sorta di “idea” platonica del corpo maschile per eccellenza, una verità senza tempo, che parli all’universalità degli uomini. Quest’immagine, del resto, fissa poche cose ed essenziali, con delle linee sobrie ma decise, e pochi colori, come se “la lana non avesse ancora imparato a mentire i colori” (Virgilio), come se i colori del mondo fossero ancora solo quelli naturali.

Queste immagini, nella loro compiuta semplicità, cominciano a dare evidenza plastica all’esigenza, espressa per primo da Winkelmann dinanzi all’Apollo del Belvedere, di un’epoca in cui “l’arte comincia a sostituire la religione e l’esperienza estetica la rivelazione mistica” (Honour), il momento in cui trionfa il soggettivismo, la risposta emotiva, la teoria artistica dell’espressione: le immagini ci suscitano emozioni, non si leggono, ma si vedono; è l’inizio del mondo moderno.
Quanto di sublime c’è in questa immagine, l’emozione che la attraversa, -come tutte le immagini neoclassiche- è la fusione di ragione e sentimento intessuti insieme, di regole e genio, spirito e corpo che convivono armoniosamente: ci trasmettono l’idea di un mondo in cui sentimento e ragione devono convivere per dare un risultato profondamente bello, altrimenti destinato a dibattersi goffamente tra i venti della mediocrità.

Ma questi sentimenti vengono violentati nell’epoca del Terrore dai fallimenti della rivoluzione, dalla precarietà dei sogni umani, dall’urto della violenza di quelli che sembravano amici, dalla guerra, dagli imprevisti, dal caso, dall’oltre-umano, per arrivare così ai sentimenti più violenti ed impetuosi, ma meno coerenti, del romanticismo.
A cavallo tra le due epoche troviamo questo quadro: ed ecco allora che questa immagine diventa l’icona di un uomo che tende verso la forma primordiale del cerchio, che tende a risolversi nella natura, quando dietro di lui si apre il baratro, la sopraffazione che aleggia tra le piatte distese del mare, intervallate da crepacci in cui non si scorge una nuova primavera, ma solo un piattume disumano, amorfo, lunare, contro cui bisogna -ma non si riesce- ricominciare a lottare.

Una condizione perfettamente moderna, che, non a caso, è stata immortalata da fotografi di tutti gli ultimi cento anni, entrando nel nostro patrimonio iconico collettivo: da von Gloeden [“Caino”, 1902] a Mapplethorpe [“Ajitto”, 1981], fino ad Yves Saint-Laurent (1998).
Un’icona, insomma, imperitura ed eterna della nostra fragilità, che non ha ancora nulla degli slanci romantici, ma che ha già preso coscienza della rottura del sogno dell’umanità infallibile, cercando conforto in una sicurezza che troppo spesso bisogna darsi da soli, come animali colpiti che si ritirano a leccarsi le ferite.

Mi scuso con tutti voi se così a lungo non ho atteso ai miei “doveri”, ma ero molto assorbito da impegni universitari. Prometto molta più costanza nei prossimi tempi…

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