Burri: “la mia opera rende il palesarsi energico della condizione esistenziale nella nudità della sua primaria questione”

"Sacco e rosso", 1954. Pittura acrilica e sacchi di iuta su tela, 89 x 103 cm. Tate Modern Gallery, Londra.

Alberto Burri era stato convintamente fascista e per questo fu mandato, dopo la sconfitta della repubblica di Salò, in un campo di concentramento in Texas, dove gli vennero consegnati dei pennelli e lui, prima medico, iniziò così a dipingere. Tornato in Italia decise che sarebbe diventato un artista. E divenne Artista, di quelli con la A maiuscola.

Fin da subito si dimostra interessato alla “materia”, nuda e cruda, gli oggetti di strada, ritrovati e messi su un supporto, una tela, tanto secondo le sue personali esigenze espressive quanto secondo un rigoroso ordine compositivo. I suoi supporti diventano così qualcosa di totalmente diverso: uno spazio di comprensione della realtà.

Questo suo atteggiamento rientrò nel grande calderone dell’ “informale” post-bellico, che raggruppava movimenti anche molto diversi tra loro, ma che esprimevano uno stesso Zeitgeist, uno stesso spirito del tempo, che richiedeva un momento di riflessione dopo gli orrori della guerra attraverso un’indagine in senso puramente fenomenico della realtà, tanto oltre le paralizzanti ideologie quanto senza la possibilità “eversiva” della metafisica. Si chiedeva, più “semplicemente”, che ciascuno si rimettesse in gioco daccapo, tentando di trovare una nuova definizione dei concetti cardine del mondo occidentale: vita, arte, realtà.
L’atteggiamento per nulla scolastico, ma anzi poliedrico, di Burri lo aiuterà a dare una risposta a tutto questo in pochi semplici gesti.

In polemica rispetto alle avanguardie storiche, che avevano reso scopo dell’arte e della vita l’emulazione dei processi evolutivi della storia (v. Boccioni e la sua celebrazione della velocità, della costruzione, dell’industria), Burri con la sua opera [di parole ne spendeva molto poche], indicherà un percorso diverso: la vita si dà attraverso l’azione ed il gesto libero e l’arte sta nel fare in modo che questo atto conduca un certo caos indistinto di cose ad un’ordine di opere.

Burri, infatti, nelle sue opere mette materiali solidi anche ingombranti, sacchi, pezzi di legno, creta [“Bianco Cretto”, 1973] , spesso residui. E nel metterle sulla tela, magicamente diventano arte, si sublimano in una meravigliosa armonia compositiva: si stagliano di fronte a noi con la loro storia, inducendoci al ricordo, al ripensamento, ai pensieri sul destino. Quei sacchi ci rappresentano il paradosso della bellezza, che cambia a seconda del momento, della posizione, dell’atteggiamento di chi guarda, della sua storia, e che, eppure, continua ad avere la pretesa dell’eternità: Burri ci traumatizza con la bellezza degli oggetti brutti, ci immerge nella deflagrante contraddizione interna alle nostre certezze, facendoci avvertire tutta la tensione del contrasto tra bello e brutto, energia e spossatezza, politezza e ruvidità, finito e infinito, leggerezza e pesantezza, in una miscela che ha tutta la lapidaria espressività della vita stessa, fatta di continui ossimori, di continue contraddizioni interne, mostrandocene le onnipresenti zone d’ombra [“Cretto nero”, 1971].

L’Arte, sembra dirci Burri, viene sempre dopo la vita, lavora su di essa. E sarebbe sciocco provare ad illustrare la vita attraverso l’arte mimetica, realistica dell’ ‘800: nulla c’è di più vero della vita stessa, che può fisicamente entrare dentro il quadro, che può essere usata per illustrare se stessa. Perchè, se anche i cubisti ed i dadaisti avevano inserito dei piccoli oggetti quotidiani nei loro quadri, il rapporto di questi con l’arte era rovesciato rispetto a Burri: per i cubisti la realtà si adattava all’arte, si inseriva nei suoi spazi, mentre per Burri il primato spetta alla vita.
Burri anticipa Warhol: tutto può diventare arte, perchè l’arte non deve far altro che riflettere sulla vita.

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