Waterhouse: “Il volto è così meraviglioso che non posso perdermi l’opportunità di dipingerlo”

"Boreas", 1903. Olio su tela, 68x93 cm. Collezione privata.

John William Waterhouse viene, a seconda dei casi, accostato al pre-raffaellitismo, al romanticismo, al neoclassicismo, al decadentismo, il tutto sempre denso di influssi impressionistici.
Forse bisognerebbe considerare questo pittore come una sorta di stella cometa nell’arte, che è riuscita ad attraversare stili, periodi, storie creandone una sintesi autonoma e intessuta di una vena di bellezza eterna ed intramontabile.

Effettivamente dal pre-raffaellitismo prende l’atteggiamento di rifiuto delle scuole tradizionali e dell’accademismo, dal romanticismo la forza della storia e della natura, dal neoclassicismo in senso di perfezione e rotondità, di bellezza, dal decadentismo l’attenzione agli aspetti più arcani della vita, alla magia, alla divinità crudele e umanamente connotata (“Circe invidiosa”, 1892).

Ma perchè agli inizi del ‘900 un artista avrebbe dovuto ancora rappresentare le ninfe ed Ila [“Hylas and the Nymphs”, 1896], Eco e Narciso [“Echo and Narcissus”, 1903]? Il problema, di fatto, è quello della legittimità della cultura classica in epoca moderna. Di fatto ciò che si contesta agli artisti come Waterhouse è di essersi chiusi in una torre eburnea da cui guardare il mondo con distaccato disprezzo. Ma chi pensa questo commette un grossolano errore: il c.d. “parnassianesimo”, l’art pour l’art, quando Waterhouse dipinge, aveva già trovato un insormontabile ostacolo nelle idee di Baudelaire, che con il suo albatros si era immerso nel fango dell’umanità e ne usciva, comunque, intatto, come a dire che l’intellettuale può sprofondare nella vita ma ha la forza di rimanere immacolato e riportare la sue esperienza agli altri. Dopo Baudelaire la storia delle arti si divide in due: da una parte il simbolismo, dall’altra il decadentismo. Non si deve pensare che il successo che ebbe poi il simbolismo a discapito del decadentismo sia sintomo di una maggiore sensibilità nei confronti del rinnovamento. Il problema, insomma, non era di contenuti ma di forme.
Se pensiamo che anche ad Andy Warhol  disse che lui trasmetteva contenuti nuovi con forme tradizionali, non possiamo farci ingannare nel condannare come puro formalismo l’arte e la letteratura decadente: ciò che spinge Waterhouse a dipingere Miranda [“Miranda”, 1875], Ofelia, Borea, Ila, Narciso, Eco, Circe [“Circe invidiosa”, 1892], le Sirene è una profonda esigenza intellettuale, un serissimo contenuto.

Questi artisti avevano colto che il nuovo secolo, il ‘900, avrebbe portato con sè delle dirompenti novità, ma per chi ha studiato la storia non è difficile avvertire che seguire ciecamente l’onda delle novità non ha mai portato buone conseguenze: Waterhouse e molti altri con lui avevano percepito che nella frenesia del mondo moderno, perchè il progresso funzionasse, bisognava ristudiarne le strutture, la storia e la cultura. Ecco il motivo fondamentale del ritorno ai classici, del ritorno alla tradizione. Un passo indietro per acquisire una maggiore consapevolezza, per prepararsi al progresso, per rifondare una rinnovata convivenza civile, dopo gli squilibri e le ingiustizie dell’ ‘800. Il decadentismo, insomma, come art pour l’homme.
Viene da dire che, forse, visto ciò che accadde nella prima metà del ‘900, lo studio delle vicende antiche, dei fondamenti della nostra cultura avrebbe potuto salvarci da alcuni dei peggiori e più odiosi abomini della storia dell’uomo.

Di fatto, inascoltati, se non superficialmente, gli artisti decandenti finirono per riavvolgersi su se stessi, trascinati da quel vento del progresso, che sembra spirare incessantemente nelle opere di Waterhouse: il vano sforzo di contrastare il “grigio diluvio democratico odierno” (D’Annunzio), non potè che tradursi in quell’indolenza trascinata, in quella tensione sovrastorica, in quella brina di tristezza che ricopre i prati su cui figure dimenticate raccolgono delle rose, finchè è ancora possibile [“Gather Ye Rosebuds While Ye May”, 1909].

E come concludere meglio?

“Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove sui mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
sui ginestri folti
di coccole aulenti,
piove sui nostri volti
silvani,
piove sulle nostre mani
ignude,
sui nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
l’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.”

da “La pioggia nel pineto”, Gabriele D’Annunzio.

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