Mimmo Rotella: “L’artista sensibile a ciò che succede nel mondo dovrebbe raccontare con la sua creatività i fatti più importanti della nostra vita.”

"Marylin", 1963. Décollage, 70x100 cm. Collezione privata, Verona.

Mimmo Rotella era un artista che semplicemente strappava i manfesti pubblicitari dai muri, li portava nel suo studio e li stracciava ulteriormente: talvolta erano stratificati, talvolta vi scriveva o dipingeva qualcosa, ma il nucleo centrale della sua opera, dopo la scoperta di quello che poi venne chiamato décollage, rimase sempre inalterato. A questo proposito giova ricordare che quella che Freud chiamava “coazione a ripetere” è un processo tipico dell’essere umano, anche inconscio, ma che soprattutto, gli artisti operano con un certo grado di serialità -come diceva Monet- “per incidere il passaggio del tempo, che trascorre sempre uguale e sempre diverso”: poco o niente, quindi, questa serialità della poetica ha a che fare con il mercato e le gallerie, ed anche qualora lo stesso artista si dicesse schiavo delle gallerie, probabilmente non sarebbe che un modo di mascherare la necessità di approfondire sempre lo stesso tema, di cui non dovrebbe vergognarsi. Senza con questo fare apologia delle gallerie, che hanno anch’esse le loro colpe (v. l’articolo su Jean-Michel Basquiat)…

Rotella strappava i manifesti proprio come i ragazzini, come diceva lui stesso. Molti potranno sostenere che non c’è nessuna arte in questo gesto, ma potrebbe soccorrerci l’autorità di Argan, che, giustamente disse: “Qualcuno magari penserà che quadri come quelli avrebbe saputo farli anche lui, non è difficile staccare dai muri la crosta indurita dei cartelloni sovrapposti; ma intanto avrà imparato a vedere un aspetto dino a quel momento insignificante del paesaggio della sua città”. Oggi il ruolo dell’artista non è creare un’immagine, nel bombardamento mediatico cui siamo sottoposti, ma farci riflettere sul suo ruolo, insegnarci a vedere e non più raccontarci una storia (già Manet l’aveva capito).

Rotella, infatti, lacerandolo, incide sulla struttura sintattica del linguaggio del cartellone, rompe la sua logica, dando voce alla frammentarietà che è propria della vita, lontana dalla patina del cartellone. Il collage, che tradizionalmente rappresenta l’ingresso della realtà nella tela, attraverso il dé-collage (cioè lo strappo) si fa più vero della realtà. In realtà, la cosa è ancora più profonda: Rotella, come tutti gli artisti contemporanei, sta così riflettendo sul rapporto tra esistenza e realtà, che si scontrano anche nei suoi décollage, che sembrano stabilire una priorità della verità interiore che porta l’artista allo strappo rispetto a quella del cartellone, una priorità del soggetto sull’oggetto, dell’interprete sull’interpretato. Perchè, del resto, questo mondo che giace nella sua inerzia può arrivare “alla foce della poesia, solo grazie alla virtualità di uno sguardo” (Restany). Rotella umanista, insomma.

Lo zapping visivo di Rotella, infatti, non è affatto superficiale, ma impone, nella sua stratificazione, una riflessione sullo spreco dell’immagine, della continua novità, della continua azione: Rotella sembra dirci che la novità non sta nel nuovo cartellone, ma nel trasformare il vecchio, rifarlo, umanizzarlo; la novità sta nella reazione e non nell’azione.
Le opere di Rotella ci parlano, infatti, sempre di una realtà frammentaria contro cui reagire: le immagini mutilate suggeriscono la precarietà della vita, i fondi stratificati sono la nostra archeologia, su cui costruiamo immagini effimere del presente, destinate a corrompersi immediatamente.
Con i sui strappi Rotella rimarca nei confronti di questo mondo luccicante uno scetticismo, che, soprattutto allora, era la cifra distintiva dell’arte europea rispetto a quella americana.

Con i suoi lavori Rotella ci porta in diversi altrove geografici e mentali, ci fa essere uno, nessuno e centomila, ma poi una forza centripeta lo riporta a casa, come Ulisse: lo strappo fa recuperare al manifesto stampato migliaia di volte l’unicità. Marilyn, da manifesto seriale, torna a vivere, è passata attraverso l’esperienza, ha vissuto nel mondo ed ora è tornata ad essere unica, irriproducibile, ad essere una persona, percepita da ciascuno in modo diverso proprio in ragione del suo essere un unicum che non potrà mai essere davvero compreso a fondo.

Nel riempire di vuoti l’unità effimera dell’immagine di partenza, il gesto di Rotella rimanda, inoltre, all’inesausta dialettica tra il rompere ed il ricongiungere, tra ciò che c’è e ciò che non c’è più, una lotta, insomma, contro il tempo che tutto porta via con sè; e se anche questa lotta è sempre esistita, oggi la velocità a cui il tempo scorre la rende ancor più cruenta, cosicchè l’uomo non può più ad-attarsi (apto=legarsi, toccarsi), modellarsi, ma solo ad-eguarsi (aequor=appiattirsi), appiattirsi rispetto agli eventi, che è cosa assai diversa. Ma in questa lotta, Rotella percorre un’altra strada.

 

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