Brâncuşi: “La semplicità non è un fine dell’arte, ma vi si arriva, malgrado se stessi, quando ci si avvicina al senso reale delle cose. La semplicità è la complessità stessa.”

"Uccello nello spazio", 1923. Marmo, 144x16 (diam. max.) cm. MOMA, New York.

Quest’opera è astratta? Cosa rappresenta? Bisognerebbe partire dal fatto che, forse, sarebbe anche giusto ogni tanto ricordarsi che l’opera d’arte -come diceva lo stesso Brâncuşi- è uno specchio in cui ognuno vede ciò che gli somiglia e accettare, quindi, di buon grado che ognuno possa vedere cose diverse in un’opera. Ma soprattutto dovremmo capire che l’arte non riproduce le idee, ma le fa nascere, cosicchè non ha molto senso chiedere all’artista cosa volesse rappresentare, perchè spesso e volentieri, di fronte alla sua opera l’Artista vorrebbe scomparire, poichè la sente molto più grande di sè. Consci di questi enormi limiti, tuttavia, si può provare a dare una risposta: Costantin Brâncuşi stesso dava dell’imbecille a chi pensava che lui fosse un artista astratto, poichè egli si riteneva realista.

Ma allora Brâncuşi sta, forse, mettendo in dubbio la nostra idea di realtà? “Reale non è la forma esteriore, ma l’essenza delle cose”. Necessariamente ne deriva che nulla di essenziale può essere rappresentato imitando la superficie delle cose. Potremmo dire, con quel Platone di cui nell’atelier di Brâncuşi sono stati trovati i libri squadernati da quanto erano studiati, che le idee sono ben più reali delle forme mutevoli della realtà, checchè se ne dica. Ecco che ciò che cade di fronte a Brâncuşi non è tanto l’idea che ci sia qualcosa di reale, ma la distinzione tra ciò che è reale e ciò che non lo è: se reale significa eternamente e profondamente vero, ciò che ha il maggior grado di astrazione potrebbe essere la cosa più reale al mondo.

Sembra che Brâncuşi cerchi continuamente l’idea dell’uccello in volo, il suo senso profondo, la sua essenza: non gli interessa fare il tassidermista, che rappresenta perfettamente un uccellino in volo, come hanno fatto e faranno mille altri, senza che vi sia niente di definitivo, di essenziale, in moltissimi di essi (un’eccezione eternamente valida è rappresentata da Cézanne): degli artisti cosiddetti “realisti” diceva, appunto, che non facevano altro che “bistecche”.

Brâncuşi ha tutt’altri scopi: a proposito di quest’opera -rifatta decine di volte- dirà: “Quand’ero bambino sognavo sempre che avrei voluto volare tra gli alberi e nel cielo. Porto ancora in me dopo quarantacinque anni la nostalgia di questo sogno. Io non voglio rappresentare un uccello, ma il dono, il volo in sè, lo slancio”. Ed effettivamente di fronte all’ Uccello in volo si sente la gioia creativa del sogno, quello stato di temporaneo inganno della realtà che si perpetra in sogno.

E quando si entra nel campo dei sogni si sfiora sempre la poesia, poichè nei sogni la realtà si piega ai significati, le immagini della realtà vengono contaminate, violentate, addolcite per esprimere un significato che la trascende, che è oltre di essa, che noi possiamo ricavare solo per ardite associazioni. E Brâncuşi appare proprio un poeta che si scaglia contro l’infinito e che ne riporta un piccolo segno, che noi non dobbiamo capire, ma possiamo sentire fin nel profondo dell’anima, come se sentissimo di esserci avvicinati a una verità più grande di noi, che pre-esiste rispetto a noi, e ci unisce in un unico destino di ricerca, di slancio. E basta provare una volta nella vita quello slancio imperfetto, quel senso di aver toccato qualcosa di più grande, per averne un’eterna nostalgia, la nostalgia di ciò che è oltre noi: con i versi di Montale potremmo riassumere l’opera di Brâncuşi in tre righe…

Qualche uccello di mare se ne va,

nè sosta mai,

perchè tutte le immagini portano scritto “più in là”.

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