Jean-Michel Basquiat: “…Di persone rifinite non ne ho mai conosciute: credici o no, ma saprei disegnarle…”

"Notary", 1983. Acrilico, pastello ad olio e collage di carta su cornice lignea, 180x401 cm. Collezione Schorr c/o Tony Shafrazi Gallery, New York.

Jean-Michel Basquiat era un creolo romantico: creolo, perchè la sua personalità è data dall’incontro tra impulsi culturale diversi, quasi antitetici, africani e occidentali; romantico, perchè egli incarna l’ideale dell’eroe romantico: nero, povero, che con le proprie doti intellettuali riesce a risorgere dalle ceneri. Ma la sua carriera ebbe una parabola troppo rapida perchè lo stesso Basquiat potesse controllarla: a 28 anni lo trovarono morto di overdose nel suo studio.

Basquiat si affaccia sulla scena dell’arte giovanissimo, dipingendo graffiti con lo pseudonimo di SAMO (che significava per lui “same old shit” [la solita vecchia merda]): grazie ad Andy Warhol, il cui merito fondamentale era di aver sdoganato nel ‘900 l’unione tra ciò che è triviale e ciò che è arte, ed al fatto che, nonostante quel che si pensa, il tagging a NY in quegli anni era un fenomeno trasversale alle classi sociali, le gallerie d’arte incominciano ad interessarsi a lui.

Negli anni ’80, tuttavia, il potere delle gallerie e dei galleristi stava crescendo enormemente: Basquiat da un lato comprende che se vuole andare avanti (come vuole), deve legarsi a personaggi importanti come Annina Nosei, Bischofberger, Mazzoli, ma dall’altro appare disgustato da questo sistema, che sembra mettere il denaro davanti all’arte. Di fatto, comunque, viene da dire che se l’arte è espressione dei tempi, e quelli/questi erano/sono i tempi del capitalismo finanziario più spregiudicato, l’arte, per essere “vera”, non può che corrompersi fino in fondo con il mercato. E questo Basquiat lo sa bene (Five thousand dollars, 1982): scriverà dovunque “SAMO is dead” [“SAMO è morto”].

Allo stesso modo Basquiat dipinge, però, quando è sotto stress per l’altissima produzione di dipinti che gli chiede Mazzoli, un quadro come Profit I (1982), giocando tanto su “profit first” [“il profitto prima di tutto”], quanto sulla serialità introdotta da quel “I”. Nel quadro noi vediamo però un uomo minacciato dal nero, un nero pieno di conti, che, pur essendo ben visibile e staccato da tutto il resto, rivolge le mani al cielo ed è avvolto da una corona di spine, come a dire che Basquiat ha perfettamente capito di essere tanto la vittima quanto l’eroe di questo sistema.

In “Notary“, allo stesso modo c’è un’ossessiva ripetizione tanto di “©”, simbolo della rivendicazione della propria individualità, quanto di scritte “Pluto”: Plutone, dio del danaro e degli Inferi. Qui si aggiunge, poi, la scritta “This note for all debts public+private” [“questa nota vale ad estinguere tutti i debiti pubblici e privati”], con cui, come in Five Thousand Dollars, Basquiat rivendica anche il valore meramente monetario della sua opera e ne fa un vanto, nella stessa tela in cui inneggia a Pluto.

La stessa polarità si ritrova in Per Capita, 1981: il principio della solidarietà “e pluribus (unus)” [dai più, uno solo] si scontra con il “per capita” [per ciascuno] del capitalismo finanziario. Il confine tra bene e male, però, non è netto, ed anzi, il lume della ragione retto dall’uomo dell’ e pluribus sconfina nell’altrà metà del quadro.

Non si può ignorare, tuttavia, che tutti questi scontri avvengono internamente alla stessa tela, con una totale confusione di piani: lo scontro è tutto interno all’animo del pittore. In effetti, tutta l’arte di Basquiat non è altro che la documentazione progressiva di un’identità in continua contraddizione con se stessa: abbiamo qui scelto il tema più pressante del denaro, ma in ogni tela c’è una molteplicità di piani che si incrociano, una personalità mai decifrata che emerge in primo piano sulla tela.

Con il tempo, poi, man mano che le cose si fanno molto più grandi di lui, quando le sue opere si vendono in tutto il mondo e Warhol lo usa per rilanciare la propria immagine, Basquiat si rende conto di essere più un burattino che un eroe, ed il disordine esistenziale che emerge dalle sue tele è sempre più sconvolgente: la maggiore espressività dei suoi quadri è, con precisione matematica, direttamente proporzionale al suo disagio psicologico, finchè si scorge il titolo del suo unico quadro definito, che contenga una scelta, una selezione, l’unica della sua vita: Riding With Death, 1988 (“Cavalcando con la Morte”).

Dopo la sua morte, le opere di Basquiat continuano ad essere vendute a prezzi stratosferici, ma sulla sua vita e sulla sua morte, forse per un senso di giusto pudore è calato il silenzio: forse perchè la storia di Basquiat rappresenta una delle punte più amare toccate da un decennio di eccessi, che portarono -sì- un’arte espressiva come quella di Munch, prorompente, meravigliosa, ma forse ad un prezzo troppo alto… Rimane la speranza che la porta di un aldilà che immaginava per Warhol (Gravestone, 1987) si sia aperta anche per lui, e abbia posto fine ai suoi turbamenti, lasciandolo serenamente libero di non doversi più fare del male.

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