Pistoletto: “Portare l’arte ai bordi della vita per verificare l’intero sistema in cui entrambe si muovevano è stato lo scopo e il risultato dei miei quadri specchianti”

"Uomo in piedi", 1962-1982 serigrafia su acciaio inox lucidato a specchio, 250 x 125 cm. Tate Modern, London

Michelangelo Pistoletto è un grande indagatore della realtà contemporanea, nonostante la sua ormai veneranda età. I suoi quadri specchianti hanno cambiato l’arte del ‘900 e la riflessione sul tempo.

Pistoletto fu il primo -imitatissimo, poi- a rendersi conto che lo specchio ha un potenziale enorme: simultaneamente fa visualizzare il presente, cancellando il passato e rimanendo incurante del futuro. Il tutto, quindi, in una sorta di ambigua a-temporalità e a-dimensionalità. Nello specchio, insomma, noi possiamo cogliere il muoversi istantaneo del tempo: lo specchio è la pura rappresentazione del tempo inteso come divenire, come assenza di ciò-che-era-un-attimo-prima, presenza di ciò-che-è-ora e assenza di ciò-che-sarà-dopo-ora. Pistoletto riesce ad intrappolare il presente, e nemmeno solo da un punto di vista, poichè -come sappiamo- lo specchio cambia punto di vista con l’osservatore che lo guarda: ogni esperimento, che era stato cubista, di chiudere tempo e spazio presenti/istantanei nel quadro, è riuscito.

Eppure Pistoletto intuisce che sullo specchio si può applicare un dipinto: rendere lo specchio un quadro. Ed ecco che il nostro dinamismo specchiato si scontra con la staticità di ciò che è dipinto, la nostra presenza con la sua assenza, la nostra realtà con il suo concetto, la nostra velocità con la sua lentezza, la nostra molteplicità con la sua unicità: “nell’intercorrenza dal fotogramma (minimo di velocità) al riflesso (massimo di velocità), esistono tutti i luoghi e tutti i tempi possibili – ma siccome questi due estremi nel quadro coincidono, noi percepiamo insieme l’annullamento di tutti i luoghi e di tutti i tempi creati”. 

Si viene a creare, quindi, un cortocircuito di presente in cui noi ci muoviamo ma non accade nulla, registrando, insomma l’eterna fatica dell’uno che si affanna dietro ai molti, che appaiono statici. Ci scopriamo a tentare di afferrare la figura dipinta, a cercare di carpirla. Noi e lei siamo, invece, appiattiti insieme nella rappresentazione di una banale presenza senza pathos, sempre diversa ma sempre uguale, cosicchè il quadro non diventa altro che la rappresentazione non del presente, ma del tempo stesso, di ciò che non cambia mai. Il nostro autoritratto, datoci dallo specchio, questo strano quadro, diventa l’autoritratto del mondo, della società, del tempo. Sentiamo di essere piccola parte di un continuum.

Lo specchio infatti moltiplica l’esatta prospettiva rinascimentale. Ci pone in mezzo, con, tanto dietro, quanto davanti, qualcosa: con un bagaglio del passato che ci dovrebbe rendere pronti ad affrontare il futuro.

In questo senso, poi, è chiaro che lo specchio ci fa sentire sempre piccoli, inadeguati: se pensiamo di essere dentro un cubo a sei facce di specchi, potremmo vedere la moltiplicazione all’infinito, l’universo. E allora torna utile la frase di Cocteau: “Les miroirs feraient bien de réfléchir un peu avant de renvoyer les images” [“gli specchi farebbero bene a riflettere un po’ prima di rimandare indietro le immagini”]: ecco che, quindi, assistiamo a Michelangelo Pistoletto che distrugge gli specchi in mille frammenti, creando tanti piccoli pezzi in cui ritrovare un possibile rapporto con l’altro, con l’esterno, con ciò che è fuori di noi.

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