Manet: “Si vede come si vuol vedere, ed è questa la falsità che costituisce l’arte”

"Un Bar aux Folies-Bergère", 1882. Olio su tela, 96x130 cm. Londra, Courtauld Institute of Art.

Édouard Manet fu il pittore che forse più incisivamente, negli ultimi due secoli, cambiò la storia della pittura. Fu lui a rompere l’incanto che dal ‘400 teneva come in formalina l’arte occidentale: l’incanto della mimesis. Per secoli, infatti, -dando, tra l’altro, un’interpretazione sbagliata degli scopi della precisione rinascimentale (v. a questo proposito l’articolo di Cézanne)- si pensò che fine precipuo della pittura fosse riuscire a far dimenticare allo spettatore che si trovava davanti ad un quadro e non alla realtà: la pittura doveva, in un modo o nell’altro, imitare la realtà.

Invece Manet, come anche in questo quadro, grazie allo specchio, ritaglia sempre nel quadro un “secondo quadro”, una seconda superficie limitata entro cui si svolge la scena, come a ricordare la parzialità estrema del quadro rispetto alla realtà. Ed inoltre, all’interno di questo spazio, fa sempre giocare un tessuto di verticali e di orizzontali (che ne fanno un “maestro” di Mondrian), come se il gioco della realtà si ripetesse secondo un ordito incomprensibilmente sempre uguale (ne Le Bal masqué à l’Opéra, 1874 mette addirittura dei piedi sopra il cornicione, che è la fine del “quadro dentro al quadro”, come a dire che sopra si stava ripetendo la stessa scena, creando un gioco di spazi del tutto anti-convenzionale, mai visto prima).

Manet gioca con gli spazi e con le loro proprietà, ma anche con la tela stessa: egli fu il primo ad accorgersi che la tela ha un recto e un verso, un davanti e un dietro, ha una realtà prima di sè e una dopo di sè, del tutto autonome tra loro, senza la minima possibilità di entrare in comunicazione (Le Chemin de Fer, 1873). Anche nel Bar aux Folies-Bergère in analisi, la cameriera guarda verso il recto, e come lei, tutti i personaggi rispecchiati sembra che guardino verso di noi, ma è l’effetto dello specchio, perchè in realtà guardano il verso, e per di più in mille direzioni diverse, giocando, quindi, ancora di più con questa presenza del recto/verso, che altro non è che la coscienza del quadro come oggetto, alla base di moltissime esperienze del ‘900. L’idea del quadro-oggetto è anche data dall’illuminazione, che non viene più da una fonte determinata (come in Caravaggio, ad es., Vocazione di S. Matteo, 1599), ma sempre dall’esterno del quadro, frontalmente, come se venisse dallo spettatore stesso: il quadro è un oggetto che non ha senso se non in relazione con lo spettatore (pensiamo a tutti gli esperimenti in questo senso nel ‘900, ad es., gli specchi di Pistoletto: Ragazza che scappa, 1970).

Il quadro è, insomma, un oggetto, senza una sua valenza ontologica autonoma: è un oggetto all’interno della realtà, che è sempre la sua anima, la sua vita. Nel Bar aux Folies Bergère, la luce non solo viene dall’esterno, dalla vita al di fuori della scena: il pittore fa rientrare le due appliques e il lampadario nel quadro, ma nello specchio, in una posizione che ci disorienta completamente, ci sono delle luci dove non servono a niente, in un luogo/non luogo da cui non illuminano la scena. Ed anche il problema degli specchi, nel simultaneo riferirsi ad una presenza e ad un’assenza, è ancora al centro dell’opera di molti artisti contemporanei, come Roberto Ciaccio.

Il problema dello specchio è il problema, in questo come in altri quadri di Manet, dell’inesistenza di luoghi stabili per lo spettatore. In effetti, lo specchio non riflette come dovrebbe: il punto di vista non è frontale, perchè il riflesso della donna è di sbieco, ma nemmeno di sbieco, perchè la donna è vista di fronte; il riflesso delle bottiglie non è esatto e non tutte sono riflesse: Manet sembra dirci che tutta questa è una realtà che non si riesce ad afferrare in pieno, che il quadro non è uno spazio normativo con delle regole che ci permettono di vedere tutto, che il nostro punto di vista -come per Hopper– è sempre inadeguato. Manet sembra però, creando intersezioni di spazi e punti di vista diversi, voler iniziare ad analizzare tutte le possibili proprietà dello spazio, precorrendo già il cubismo.

L’arte non è più il luogo della certezza, del sapere scientifico, della razionalità nell’approccio alla realtà: l’arte è il non-sapere, il contorno della vertità, gli excreta del sapere. In questo modo Manet rompe un altro tabù, quello dell’ ut pictura poësis, dell’equivalenza tra pittura e poesia, pittura e scritto, pittura e letterarietà, che obbligava a dipingere storie, miti. Il quadro non si guardava, ma si leggeva. Manet fa passare dalla lettura alla visione: le sue sono visioni, immagini stralci di realtà, in cui non c’è più nessuna storia, nessun trionfo, nessuna completezza. Manet è precursore, a mio avviso, dell’idea stessa della società delle immagini, in cui si perpetua ogni giorno -oggi in modo perverso- una scissione tra l’oggetto, la realtà e la sua rappresentazione. In questo processo il soggetto diventa irrilevante, se non ai fini della comunicazione di un messaggio (cosa inconcepibile prima di Manet): non c’è storia, vissuto, complessità del soggetto; tutto si riduce ad un’immagine, una sorta di successione di nature morte, che comunicano un messaggio.

Oggi il messaggio non è altro che il pervertimento consumistico, ma per Manet quel messaggio che non poteva trovare un equivalente discorsivo, letterario, era “la restituzione della muta semplicità di quello che vede, del sacro orrore della presenza, del fascino allo stato puro dell’esistenza” (Bataille), della presenza muta e testarda delle cose (Talon-Hugon). Questa donna, infatti, ci guarda trasognata, ci guarda da una dimensione altra, è un “tu” di fronte a noi, che si relaziona sì con noi, ma nella cui testa chinata sta tutto il segreto dell’incomunicabilità delle emozioni, delle vite altrui. Il bar è il luogo dell’attesa, dell’aspettativa, finchè poi, improvvisamente, davanti al bancone, si chiude il sipario: viviamo la solitudine estrema nella folla e quel bancone e quello specchio si alzano come muri a isolare le persone, che vivono nell’altalena tra attesa e sconfortato smarrimento.

Mi scuso se non ho pubblicato niente per così tanto tempo, ma sono stato malato. La prolissità è solo sintomo della voglia di recuperare il tempo perduto… Chiedo scusa.

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