Pellizza da Volpedo: “vado ognora rafforzandomi nella opinione che l’artista, pur restando artista, non deve, come uomo, rimanere estraneo a questioni così vitali”

"Il quarto stato", 1896-1902. Olio su tela, 293x545 cm. Milano, Museo del Novecento.

Per prima cosa bisogna risolvere la confusione che a volte coglie alcuni Milanesi: a Milano ci sono due quadri che si assomigliano abbastanza: questo (“Il quarto stato”), ora al Museo del Novecento, e “La fiumana”, conservato a Brera, che ne è l’antecedente, la prova, in realtà assai diversa dalla versione finale. Ciò detto, entrambi i quadri rappresentano una massa di lavoratori (presumibilmente in sciopero), il che, come soggetto di un quadro del 1902 è piuttosto sbalorditivo: rispetto alla versione precedente, inoltre, Pellizza rimuove tutti gli elementi di contorno “esterni” alla massa stessa.

Questa fiumana si dirige, metaforicamente e plasticamente, dalle tenebre verso la luce, che li inonda nella convinzione di un radioso futuro di uguaglianza per gli uomini. Il movimento, grazie al sapiente intersecarsi di linee curve e diritte, esprime la calma di un movimento lento, sereno, ma incessante, lontano tanto dall’eccitazione quanto dalla stasi, esprimendo la solidità di un popolo cosciente della propria funzione cardinale e del proprio destino.

Una vivace discussione su ciò che sta accadendo e come si deve fare a sfruttare questo propizio momento anima tutto il gruppo che, però, in quell’avanguardia formata dai due lavoratori che reggono con sguardo deciso il peso dell’avvenire, la donna e il bambino (simbolo della futura generazione), ha già la sicurezza di un luminoso avvenire. Tuttavia, come Chagall nel suo Volo sopra la città (1914) Pellizza sembra dirci, richiamandosi continuamente a Raffaello (nelle mani e nelle figure intere), che non ci può essere progresso che non guardi anche al proprio passato, un futuro cosciente del passato.

Proprio dal punto di vista pittorico, la tecnica divisionista, le infinite piccole linee con cui è dipinto l’immenso quadro testimoniano la ricerca di quel c.d. “impressionismo scientifico”, che nella precisione nell’applicazione di linee e colori alla tela vedeva la possibilità per l’arte di farsi scienza, di accostarsi alle altre scienze nel cammino perpetuamente progressivo della storia dell’uomo. L’impressionismo scientifico si ricollega, in questo senso, alla filosofia positivista, ma al suo interno, se da un lato il puntinismo di Seurat andava in una direzione più strettamente scientifica, il divisionismo di Segantini, dall’altro, preannunciava già lo straziante sfaldarsi del colore, la tensione delle linee “paradossalmente innamorate di ciò che in natura è minuscolo”, l’incipiente svanire dello splendore delle figure, la fine di ogni illusione progressista: Pellizza sa sapientemente destreggiarsi tra questi due mondi e creare un tratto che non perde la sua certezza scientifica ma che si carica anche di un lirismo tutto umano, per nulla freddamente scientifico, creando una scena che appare quasi così vera da sembrare sognata.

Pellizza riesce insomma a rappresentare la vita, tanto di sogno quanto di realtà, la forza del grande fiume in piena, che non rompe violentemente gli argini, ma placidamente ricopre le pianure, dona vita e fertilità, appianando le differenze: la forza delle persone che credono ancora, mestamente, nella possibilità di un mondo più giusto, di un mondo più eguale.

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