Boccioni: “Tutto si muove, tutto corre, tutto volge rapido”

"Stadi d'animo: gli Addii". Serie II, 1911. Olio su tela, 70x96 cm. New York, MOMA.

I futuristi spesso -a torto o a ragione- sono visti come dei “superuomini”, che nulla e nessuno può scalfire, interessati solo ad un progresso (anche violento) dell’uomo nella storia: “Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna”, diceva Filippo Tommaso Marinetti nel Manifesto del Futurismo del 1909. Boccioni firmò quel Manifesto, ma non si è mai capito con quanta convinzione, ed essendo morto nel 1916 di certo non si può parlare di comunanza di idee con il fascismo.

Al di là di questi aspetti discutibili, i Futuristi sono l’espressione più pura dell’entusiasmo dell’uomo del primo ‘900 prima della guerra, di un uomo che si sente pronto ad ogni cosa, ad ogni sfida, che costruisce, edifica, va in automobile e concepisce l’aeroplano (il primo è del 1903).  L’industria è vista come la luce che inonda di energia un mondo in movimeto (La città che sale”, 1910), la periferia come l’unico orizzonte del futuro, centro pulsante di un futuro in dinamica creazione (Officine a Porta Romana”, 1908). La velocità concentra il tempo e gli spazi, l’abitudine mentale alla velocità interseca le dimensioni, frammenta la realtà (pensiamo a quando, guidando, guardiamo chi ci sta accanto in velocità: intersechiamo lui, lo sfondo, la strada, e l’auto), cosicchè, come diceva Boccioni stesso, quando siamo a casa “I nostri corpi entrano nei divani, e i divani entrano in noi, così come il tram che passa entra nelle case, le quali a loro volta si scaraventano sul tram e con esso si amalgamano” (La strada entra nella casa”, 1911).

Ma Boccioni è capace di scorgere in questa confusione le difficoltà che l’uomo moderno incontrerà, privo di certezze, di una visione univoca della realtà. Ed allora dipinge, con i colori espressionisti e le strutture cubiste, una realtà esplosa nel movimento, una realtà che cerca vorticosamente un centro, una prospettiva certa che non esiste più, come in questo Gli Addii, in cui Boccioni immagina lo stato d’animo di chi stia dicendo addio prima di un lungo viaggio ad una persona cara: nella confusione di una realtà in cui siamo sempre disorientati, in un momento in cui lo siamo ancora di più, tutto è frammentario e riusciamo solo a scorgere l’eco di un fumaiolo di una locomotiva a vapore, un fanale, il fumo basso di sfogo che il treno rilascia alla partenza, e quel 6943, il numero di serie della locomotiva, che si stampa indelebilmente nella mente di chi vede allontanarsi una persona cara.

Boccioni dimostra una sensibilità senza precedenti, una capacità di rendere plasticamente le emozioni che è difficile ritrovare in tutta la storia dell’arte. Sembra insomma, che il fatto che tutto si muova, corra e volga rapido, si porti dietro anche un po’ di amarezza, per chi talvolta vagheggerebbe anche la quieta, melanconica sicurezza di chi sta, si ferma, riflette, indugia (Stati d’animo: quelli che restano”, 1911).

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