Méret Oppenheim: “Ogni idea nasce con la propria forma. Io do forma alle idee come mi vengono in testa. Nessuno sa da dove vengono le idee, portano la loro forma con sé; come Atena nacque dalla testa di Zeus con elmo e armatura, le idee mi arrivano con il loro abbigliamento”

"Le déjeuner en fourrure", 1936. Cucchiaino, piattino e tazza da tè coperti di pelliccia di gazzella cinese, 10cm (diametro tazza), 23 cm (piattino), 20cm (cucchiaio), 7 cm altezza totale. New York, MOMA.

Méret Oppenheim era una donna che, ai suoi tempi soprattutto, era considerata anche una poco di buono: aveva avuto relazioni sentimentali più o meno con tutti i surrealisti, era la musa (che sempre posava nuda) di Man Ray, ma soprattutto con le sue opere, che provocarono non poco scandalo, offriva al pubblico ludibrio sottili perversioni, inquietanti pervertimenti del pensiero dominante.

Perversus, rovesciato, capovolto, corrotto sembra il suo “Déjeuner en fourrure” (Colazione in pelliccia). Ed effettivamente il capovolgimento si dà attraverso la scelta di ricoprire di pelliccia, oggetto-simbolo della sensualità (soprattutto in quegli anni), quelle stesse tazze da tè che venivano usate nei raffinati salotti di Parigi tutti i giorni alle cinque. Nel fare questo la Oppenheim sconvolge le aspettative, ribalta il modo consueto di vedere un oggetto, un’occasione, sconvolge dalle fondamenta le certezze di ottusi piccolo-medio e grandi borghesi che nei primi del ‘900 si incontravano tutti i giorni per sorseggiare il tè e chiacchierare: la sua è una piccola rivoluzione, una piccola “bomba sui primi gradini dell’universo” (Breton).

E tutto nacque casualmente, proprio quando ad un caffè Picasso, commentando un braccialetto di pelliccia della Oppenheim disse: “Oggi tutto si potrebbe ricoprire di pelliccia”, e lei rispose: “Sì, anche queste tazze, ad esempio”. E così nacque l’idea del Déjeuner, che è rivoluzionario tanto quanto l’orinatoio di Duchamp, rispetto a cui da un lato si avvicina, dall’altro si discosta. Se, infatti, per Duchamp, al fine di far capire che  in ultima analisi l’arte è lo scarto, il contorno, il “di più”, bisogna togliere tutto il resto e lasciare il ready-made, per i surrealisti come la Oppenheim, bisogna, al contrario, esasperare questa dimensione del contorno, del di più, dell’ispirazione onirica e artistica. Anche se con percorsi estetici opposti, Duchamp e la Oppenheim tendono allo stesso fine.

Anche solo l’idea di mettersi in bocca qualcosa di pelliccia è tanto disgustosa da fermare quel vano chiacchiericcio da tè delle cinque e mettere, invece, in luce le contraddizioni di un mondo tutto teso alla razionalità. La Oppenheim critica un mondo (prettamente maschile) di pura e fredda razionalità che è riuscito a distruggere l’Europa con la prima guerra mondiale e che sta mantenendo al potere Hitler e i suoi abomini. Lei vuole animare tanto l’inanimato, quanto l’anonimato, esaltare l’ambiguità, l’ambivalenza, distruggere la rigidità calcolatrice a favore di un mondo di sogno, una autre vie (altra vita) che spontaneamente supera i confini della ragione, ma che non per questo non è dotata di un senso profondo: le idee su questa vita arrivano addirittura “con il loro abbigliamento”, già impellicciate.

Il valore della sua tazzina ricoperta di pelliccia sta nella “scintilla che riesce a produrre” (Breton), un sovvertimento dei valori costituiti, la necessità di affermare con forza un punto di vista, che è sempre insolito: questa tazzina sembra interrogarci e chiederci: “Perchè, tu non hai mai pensato niente di più strano?”. “Sì, certo”. “E allora cos’hai da guardare, perchè non l’hai detto anche tu?”.

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