Yves Klein: “Io cerco di creare nelle mie realizzazioni questa ’trasparenza’, questo ’vuoto’ incommensurabile in cui vive lo spirito permanente e assoluto liberato da tutte le dimensioni”

"IKB™ 191", 1962. Pigmento puro e resina sintetica su tela montata su legno, 199x153 cm. Collezione privata.

“Yves-Le Monochrome” (Yves il monocromo) veniva chiamato Yves Klein, grandissimo pittore, tragicamente scomparso giovanissimo, ma che in pochissimi anni di attività riuscì a rivoluzionare il mondo della pittura e a brevettare il colore più di successo di tutti i tempi: l’International “Klein” Blue (IKB™).

I suoi quadri, nei primi tempi, non sono altro che pure monocromie, blu, rosse, arancioni, rosa: Klein sta cercando l’assoluto, l’oltre rispetto alla quotidianità, il vuoto, l’immateriale, l’ineffabile, ciò che a parole non viene mai, quell’insistente pensiero di una comunanza di destini, di un assoluto che ci unisce. Eppure gli assoluti sono tanti, di colori diversi (rosa, arancio, blu, etc…), e ci viene, quindi, il dubbio che la sua (come quella di Rothko) sia una rivelazione-senza-Dio, la ricerca di un assoluto tutto umano.

L’International Klein Blue™ è la ricerca di una “verità” umana, data nell’unione sotto il sole di cielo e mare, del tutto; è un colore in cui ci si perde, immergendosi in un orizzonte che accoglie ogni emozione, abbandonandosi in ad un’ipnosi che ci libera degli affanni, ad una monotonia tutta umana che riassume la vita, che alla fin fine è sempre una perdurante nota monocroma. L’IKB™ è contemporaneamente la distruzione di ogni illusione e la culla in cui vivere una fanciullezza che non si pone domande: è quello stato precipuamente umano di tensione e scioglimento insieme.

Quest’idea della contraddizione interna come elemento caratterizzante dell’essere umano porterà, del resto, Klein a infuocare le sue tele (Fuoco 25, 1961). Il fuoco, infatti, è insieme bene e male, fonte salvifica di calore e di pericolosità mortale, di splendore celeste e di dantesco inferno, crea (calore) e distrugge (combustibile): il fuoco, anche nel suo ardere, contraddice continuamente se stesso.

L’idea di Klein, insomma, è di rendere lo stato umano come quel momento di anelito sempre limitato in primo luogo dal suo stesso essere continuamente, costantemente, monotonamente frustrato. Ciò, del resto, è avvertibile in ogni istante, in ogni hic et nunc, come la sua installazione [la prima vera installazione della storia dell’arte], Le vide, 1958 rappresenta perfettamente: nel vuoto pneumatico, si avverte la presenza di Sè senza inizio e fine, immersi in un bianco “qui e ora” completamente slegato da ogni spazio-tempo; ed è quello stesso momento in cui siamo combattuti tra la voglia di volare e la disperazione di essere soli e di esserlo sempre stati. L’istante, in ultima analisi, non è che la sintesi dell’assoluto della vita, di ciò che in essa c’è di “slegato” (ab-solutus) da tutto il resto. Klein riesce a rappresentare l’aoristo (Nechvatal), quel tempo verbale greco che è contemporaneamente puntuale ma temporalmente indeterminato (es. “Kyrie, eleison”, “signore, abbi pietà”= in ogni istante ma per tutto il tempo pensabile).

Come in Le saut dans le Vide, 1960 Klein è un uomo come tutti noi, che si riscopre ogni istante un nuovo Icaro, le cui ali di cera (con cui vorrebbe volare fino al sole) si sciolgono e lo fanno riprecipitare in mare, già sapendo, oggi, che il volo è destinato al fallimento, ma comunque lanciandosi, comunque provando il doloroso piacere di un istante di vuoto e gravità insieme.

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