Kandinskij: “L’anima è un pianoforte dalle molte corde”

"Yellow-Red-Blue", 1925. Olio su tela, 127x200 cm. Musée National d'Art Moderne, Centre Georges Pompidou.

Vasilij Vasil’evič Kandinskij ha una grande responsabilità: fu lui il primo che coerentemente e per tutta la vita sostenne che l’arte dovesse rispondere a dei criteri non più formali, che non dovesse rispondere alle forme del reale, ma a quelle dell’interiorità, che il pittore, insomma, dovesse scaricare sulla tela i palpiti delle sue emozioni (Sgarbi) [da cui inizieranno le esperienze di pittori di cui abbiamo già parlato, come Rothko, a suo modo Pollock, Mirò, etc.]. Questa rivoluzione avvenne dopo il primo conflitto mondiale, dopo la coscienza che la visione oggettiva del mondo, il meccanicismo positivista di matrice borghese-capitalistica stava conducendo piuttosto che alla concordia dei popoli, ad una rottura degli equilibri interumani: non è un caso che Kandinskij fosse russo e, accusato di bolscevismo, venisse poi cacciato dalla Germania hitleriana.

Kandinskij dipinge, quindi, la sua interiorità, nella convinzione/illusione, che sia questo il canale privilegiato di comunicazione con gli altri uomini. Fonda quindi tutto un suo nuovo linguaggio, analizzando la percezione e il senso di punto, linea e superficie, dei colori che rappresentano sapori, suoni e consistenze. Guardare un suo quadro significa vivere un’esperienza polisensoriale: si tocca una superficie, si sente caldo o freddo, si ondeggia su un ritmo di uno spartito in continua variazione (Succession, 1935), si legge una poesia piena di sinestesie (unione di termini appartenenti a sfere sensoriali diverse, dalla cui unione deriva un senso molto più profondo di quello che si potrebbe raggiungere in altro modo: es. “l’urlo nero della madre” (Quasimodo), “là dove ‘l sol tace” (Dante), “corsi a vedere il colore del vento” (De André)).

Eppure tutto questo, che sembrerebbe confusionario, nei quadri di Kandinskij, magicamente sottostà ad un’armonia compositiva del tutto ignara del disordine, ad un’unità in cui si risolvono tutte le tensioni che pure trovano espressione nel quadro, le linee spezzate, i colori che si susseguono nell’esplorazione dell’ignoto, le curve linee liriche, l’irrazionalità del giallo, il silenzio del nero, la quiete indefinita dell’azzurro, che dà il colore al suono di un flauto. Quello che sembrerebbe un cortocircuito tra realtà e immaginazione ci fa scorgere profili umani, occhi, animali e, come se dovessimo per forza farci prendere per mano dal ritmo danzante del quadro, ci facciamo avviluppare  nella nostalgia della forme accennate, intuite, in ultima analisi, perdute.

Forse, insomma, Kandinskij aveva ragione e il suo linguaggio ci tocca le corde più profonde dell’anima. Kandinskij riesce, insomma, a creare un ordine nuovo, fondato sulla libertà dell’espressione interiore contro il materialismo, sulla rivendicazione dell’umanità di fronte all’oggettualità, dipingendo la musica della nostra interiorità.

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