Wols: “Vedere è chiudere gli occhi”

"Il fantasma azzurro", 1951. Olio su tela,, 73x60 cm. Colonia, Museo Ludwig.

Nel 1947 Jakob Burckhardt scriveva di essere stato profondamente impressionato dalla “mostra delle opere di un certo Wols”. A sessantaquattro anni di distanza, penso che molti oggi potrebbero ancora parlare di “un certo Wols”, come di un semi-sconosciuto. E questo perchè gli si è sempre dedicata un’attenzione minore, poche mostre e poche critiche.

Eppure Alfred Otto Wolfang Schulze, alias Wols, è stato forse il primo artista informale, prima di Pollock, ma assai meno celebrato di lui. Non voglio con questo dire che sia sbagliato tributare onori a Pollock, ma non dovrebbe esserlo nemmeno a Wols.

Wols nacque nel 1913, giusto in tempo per vivere, da bambino e da adulto, entrambi i conflitti mondiali: la sua sensibilità, come quella di molti altri, ne uscì molto scossa, poichè si iniziò, di fronte anche agli orrori della Shoah, a rimettere in dubbio i fondamenti del nostro essere uomini. Esiste una Verità? Esiste una Ragione? Esiste un Dio? Le risposte non riuscì e non riuscirà a darle mai nessuno, ma il fatto stesso di porsi delle domande stava rompendo le strutture del mondo per come le si era conosciute. Le forme tradizionali non potevano più circoscrivere i contenuti: la realtà usciva dalle possibilità del pensiero fino ad allora sviluppato. Ogni forma -e verrebbe da dire “di pensiero”, ma basta anche solo la parola “forma”-, ogni contenitore era diventato inadeguato. Le linee rette, tese a solcare i precisi confini del giusto e dello sbagliato, del vero e del falso, del buono e del cattivo erano crollate: le linee si fanno tonde, scompaiono, si aprono a nuove possibilità. Dopo la guerra si è scoperto un mondo nuovo, un uomo diverso, un po’ come nel ‘500, quando tutte le certezze del Rinascimento implosero su se stesse, rompendo la linea geometrica rinascimentale, a favore della inglobante linea curva barocca.

Dopo la guerra, il mondo di fuori è buio, insicuro, subdolo e informe. E come quando, alla sera, buio, paura e assenza di confini (la percezione di sè soli, insomma) stimola a ripiegarsi sulla propria interiorità, così in quel momento storico gli artisti non poterono che dipingere i loro flussi di emozioni, sapendo che il tempo, invece che andare avanti verso le magnifiche sorti e progressive, si incupisce nella profondità dell’istante, del tempo di durata, che sembra sempre dilatarsi nei momenti di angoscia e contrarsi in quelli di felicità.

Per Wols, l’unica forma adatta a rendere l’informità della realtà è la non-forma e il pittore non può che scavare dentro se stesso, stimolato dalla realtà esterna, e ricucire, da nuovo rapsodo, le trame sfilacciate della propria interiorità , senza un ordine. Si viene così a creare un’arte “che si lascia avvenire”, che assomiglia ad un flusso di coscienza. Come Pollock, Wols capisce che la realtà è un fluire continuo, in cui l’uomo soltanto per comodità aveva messo una punteggiatura che non esiste. Eppure Wols intuisce anche che, però, in questo lungo fluire, la nostra interiorità non è che una parentesi e quindi le sue opere non possono essere “infinite” come quelle di Pollock, ma finite, in modo da testimoniare che, ogni volta l’uomo, conclusa la parentesi, ripiomba nel suo buio dramma: la vita non è dentro il quadro, nell’interiorità, ma ne rimane spaventosamente fuori, cosicchè non c’è nessuna possibilità di riconciliazione tra la realtà interiore e quella esteriore. Se Pollock dipinge, con realismo informale, la vita nel mondo e il suo travaglio, Wols (un po’ come Hopper) ci traduce in immagini lo strazio di non trovare una riconciliazione tra esterno e interno, tra noi e gli altri.

Wols dipinge la tensione di chi sta per infrangere le sue illusioni, sapendo che vedere è chiudere gli occhi, ma che, purtroppo, bisogna anche riaprirli.

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