Hanson: “La mia opera si occupa di persone che conducono un’esistenza di calma disperazione. Mostro il vuoto, la fatica, l’invecchiamento, la frustrazione. Queste persone non sanno reggere la competitività. Sono degli esclusi, degli esseri psicologicamente handicappati”

"Supermarket Lady", 1969. Fibra di vetro dipinta, poliestere, vestiti, carrello della spesa, pacchetti di prodotti alimentari, lattine, 166x70x70 cm. Aachen, Ludwig Forum für Internationale Kunst.

Senza più la regalità di Giacometti, Duane Hanson rappresenta le vite di calma disperazione di uomini esclusi, ai margini della società. Le sue sculture (perchè non sono fotografie…) rappresentano un terribile isolamento, un uniforme grigiore di vite banali. Ma esiste davvero una vita “banale” o è solo un’illusione provocata dal continuo paragone con le vite “luccicanti” delle star? Non vivendo questo confronto, una donna delle pulizie potrebbe sentire la propria vita banale? Io penso di no. Hanson ci fa riflettere sul fatto che bisogna rendersi conto che la democrazia, la società di massa, il “grigio diluvio democratico odierno” (D’Annunzio) hanno anche portato uno stress sociale senza precedenti, una diffusa invidia di classe e la grande sfida di un futuro democratico passa solo attraverso il superamento di questa tragedia collettiva.

In Hanson “l’Inferno sono gli Altri” (Sartre) e l’artista riesce a rendere noi, spettatori, quegli “Altri” con cui i suoi personaggi vivono un estenuante confronto, un persistente disagio:noi siamo la folla che crea loro così tanti problemi, noi siamo gli Altri. Ma loro, per noi, sono allo stesso modo gli Altri. E così tutti insieme creiamo una “folla solitaria”, una folla di uomini soli, in cui anche noi ci sentiamo a disagio, ci sentiamo pericolosamente vicini alle tristi esistenze di questi uomini. Viene, quindi, da chiedersi quanto ampie siano le maglie e i confini di questa società “media”, impersonale, quanto ampi siano i c.d. “margini” della società, se non coincidano, insomma, quasi con la sua interezza…

C’è chi dice che le sculture di Hanson non hanno più la stessa forza espressiva di un tempo. Eppure, attraverso questo fortissimo realismo tridimensionale e parlando all’umanità di tutti noi, il suo messaggio, nonostante i vestiti logori e gli ambienti dimenticati (che noi, comunque, grazie alla nostra “storia per immagini” abbiamo molto ben presente), si estende con forza oltre i confini degli anni ’60. Hanson, infatti, -come tutti i grandi artisti- è profondamente inserito nel suo tempo, ma riesce a parlare all’ animo degli uomini di tutti i tempi: un dipinto come La morte de Marat è intensamente legato ad una vicenda degli anni del Terrore in Francia (1793-94), ma chi potrebbe negare di essere emotivamente colpito dall’immagine di Marat nel suo bagno di sangue?

La repulsione che ci provocano questi uomini dovrebbe orientarsi nei confronti di una società che non funziona più in primo luogo perchè violenta la modestia, rende stupide l’umiltà e l’onestà, santificando al contrario la stupidità e la banalità, consacrando la dissolutezza e l’apparenza.

La ribellione esistenziale di Hanson si rivolge contro il prolungato trauma di una vita che non soddisfa i bisogni che produce.

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