Giacometti: “è come se la realtà fosse continuamente dietro i velari che si strappano: ce n’è ancora un’altra, sempre un’altra…”

"L'uomo che cammina", 1960. Bronzo, 183 cm. Collezione privata.

Per Alberto Giacometti la realtà nel suo complesso è un tema troppo complesso da affrontare: Giacometti è uno dei pochi artisti che fin da subito depone le armi della sottile retorica, delle facili provocazioni.

Nell’approcciarsi alla scultura, bisogna tenere presente che se il pittore traduce da un linguaggio tridimensionale (la realtà) ad uno bidimensionale (la tela), cosicchè, sempre e comunque opera una semplificazione, ma soprattutto opera in un campo diverso rispetto a quello di partenza, lo scultore, al contrario, fronteggia la natura con le sue stesse armi (la tridimensionalità): c’è chi, quindi, tra gli scultori, pensa di potersi permettere -di solito senza riuscirci- di essere Dio, di “ricreare” una seconda natura (vedi Mirò, ad es.), e chi -come Giacometti- sembra capire che la sfida in questo modo è persa in partenza, cosicchè lo scultore deve avere la modestia di farsi illuminare dalla natura e cercare di riproporre in tre dimensioni questa “folgorazione”, arricchendo la sua opera di emozioni vissute in questa realtà. Giacometti è un artista post-avanguardista, di quelli che hanno perso la certezza delle ideologie e sanno di potersi basare sempre e solo su una ragione più debole di quelle degli altri, ma non vogliono per questo precludersi la possibilità di comunicare, senza fondare una nuova realtà, ma usando gli elementi che già esistono.

In un processo di focalizzazione e semplificazione estrema, Giacometti si concentra sull’uomo, donandoci scarni scheletri corrosi e alteri, che sembrano usciti da un Inferno dantesco, che comunicano tutta l’incomunicabilità del dolore, la nostalgia, la solitudine, la paura, lo smarrimento e il dramma di un’esistenza costantemente precaria, fragile, in eterna lotta con un mondo così vuoto, così altro da noi che non viene neanche rappresentato.

Eppure questi uomini sono sempre in cammino, sempre alla ricerca di qualcosa, sempre protesi in avanti, ma tenuti a terra da dei piedi “piombati” (a parte le donne, che forse non sono che l’Altro, che ci sembra che ce l’abbia fatta a trovare un equilibrio, finchè non si indaga la sua tragedia personale). Perchè gli uomini di Giacometti sono essenzialmente tragici: sono colti in quell’attimo in cui tanto tornare indietro, quanto andare avanti è un rischio, un salto nel vuoto, un errore. Il movimento per Giacometti è una successione di immobili istantanee, senza storia e senza futuro. Ma questa mancanza di storia e futuro sembra rendere queste istantanee eternamente immortali, come quelle, in pittura, di Cézanne, che sembra permettersi, da pittore, di sentirsi un po’ Dio.

Queste figure, infatti, vivono -come disse il suo amico Genet– in una solitudine che non è condizione miserevole, ma una segreta regalità, in cui si coglie “la grazia indicibile di essere perituri” [Sartre] . E, in effetti, Giacometti, squarciando con le mani della sua anima i “velari che si strappano” in successione quando si ricerca la Verità, riesce, dietro all’ultimo velo trasparente, ad afferrare nella fragilità dell’istante la sospensione tra Essere e Nulla, il divenire, la realtà, la vita.

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