Mondrian: “l’aspetto delle forme naturali si modifica, ma la realtà rimane costante”

"Composizione con grande piano rosso, giallo, grigio e blu", 1921. Olio su tela, 59x59 cm. Haags Gemeentemuseum, L'Aia.

Nella calvinista Olanda, a fine ‘800 nasce Piet Mondrian. C’è chi dice che a causa di questo background religioso-culturale calvinista (molto presente anche in famiglia) Mondrian abbia voluto rappresentare, con i suoi iper-geometrici tableaux, l’ordine che l’uomo borghese riesce ad imporre sulla natura selvaggia, mutandola.

Il calvinismo di Mondrian, al contrario, si manifesta nell’idea che la realtà profonda del mondo è immutabile, qualunque sia la nostra posizione nell’osservarla (Composizione con griglia 3: composizione a losanga, 1918): l’uomo è completamente impotente nei suoi confronti come di fronte a Dio, che impone destini inappellabili agli uomini. Ma invece che giustificare attraverso la predestinazione le differenze di potere tra gli uomini, Mondrian calca la mano sull’altro rovescio della medaglia: tutti sono uguali nell’impotenza su ciò che va al di là di questo mondo.

L’Arte si deve fare quindi carico dell’impresa spirituale di tradurre l’essenza del mondo in linguaggi figurativi. Questa essenza/realtà pura è costituita dagli elementi costanti della forma (rettangoli) e dai colori primi, dalle cui composizioni possono nascere tridimensionalità ed emozioni  (rappresentati da forme naturali e colori), che, però, rappresentano già l’interazione dell’uomo con la realtà e non la realtà stessa.

Mondrian arriva quindi alla realtà attraverso l’astrazione, ma in modo diverso da Kandinsky: per lui il soggetto deve essere eliminato dalla tela, per lasciare spazio all’ordito della realtà, fatto di equilibri tra opposti che creano simmetrie e asimmetrie. Una sorta, insomma, di linguaggio binario che, nel movimento che si viene a creare (se si osservano bene i quadri si vede un movimento quasi a spirale), può essere la base creativa di ogni cosa. Un vero kosmos, un ordine, in cui l’uomo occupa un modesto posto. Questo disegno superiore esce dalle possibilità di comprensione dell’uomo: tutte le forme, i colori e le linee escono dal quadro, come a dire che questo non è che un frammento vagamente percepibile di una Verità più ampia.

Addirittura, quando gli verrà chiesto di rappresentare la sua posizione nel mondo Mondrian dipingerà “Composizione a losanga con quattro linee gialle“, 1933, in cui sembra che non solo all’esterno della visuale del pittore ci siano altre possibilità di combinazione, ma che esse siano solo e soltanto al di là del quadro. E’ la fine del soggetto nell’arte: è la fine di ogni speranza per l’uomo di capire qualcosa di ciò che lo circonda.

L’impianto filosofico di base, la concezione della “realtà pura” e di Dio rimarranno immutate nella vita di Mondrian. Tuttavia, quando nel 1940 si trasferirà a NY City, Mondrian avrà la sua true vision (vera visione): per dipingere correttamente è sufficiente vivere (Deicher), perchè già nel vivere percepiamo la presenza un Vero altro da noi ed il nostro essere parte di un tutto.

Ed è così che il soggetto, sicuro della propria piccolezza, può risorgere dalle ceneri, come un nuovo Davide contro Golia, ad esplodere nel tessuto colorato della vita (New York, 1942), perchè  Mondrian capisce che non è poca cosa capire di vivere.

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