Kokoshka: “c’era una nuova esistenza di cui cercavo di trovare la chiave”

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"La sposa del Vento", 1914. Olio su tela, 181x221. Kuntsmuseum, Basilea.

Oskar Kokoshka è un pittore di un preciso momento storico: la fine della belle époque. Nei suoi quadri si respira che lo splendore che attraversava ogni colore dei quadri di quel periodo sta per finire: il colore viene piegato all’ansia ed all’angoscia per le tensioni sociali che sfoceranno nella guerra.
C’è poi da dire che, oltre alle preoccupazioni della guerra, Kokoshka era un uomo sempre in equilibrio precario. In particolare nei confronti del sesso, dell’Eros, della donna egli si poneva sempre con un duplice atteggiamento di amore/odio, stima/disprezzo che attraversa tutti i suoi quadri e questo in particolare.

Ne “La sposa del Vento” la tensione vibrante che vive l’uomo nel sospettare -come succederà- che la sua compagna, Anna Mahler (figlia del celebre compositore Gustav), lo abbandoni, portata via dal vento di altre passioni, si trasmette tutto intorno alla coppia, intorno a quell’abbraccio che sembra ancora essere, bene o male, l’unica salvezza nella confusione del mondo.

Il giaciglio in cui il loro abbraccio si consuma, infatti, diventa un mare in tempesta. Kokoshka è tra i primi a piegare fino a questo punto l’ambiente circostante alla propria psiche. Egli porta all’estremo la pennellata di Van Gogh, il turbinare del suo cielo. Kokoshka è il primo vero espressionista: tra immagine e flusso psichico c’è un movimento di andata e uno di ritorno, e solo la sintesi tra i due si può davvero chiamare “visione”, immagine traducibile sulla tela. Il colore svolge in tutto questo un ruolo fondamentale.

Kokoshka intuisce, nel dipingere in questo modo, che è necessario riaffermare un’individualità irriducibile alle tendenze della massa, e vede il mondo attraverso una sua personale tavolozza di colori (evidente nei quadri di città: Venezia, 1948). E se pensiamo agli orrori perpetrati nel ‘900 in ragione del conformismo, dell’aderenza al volere delle masse, cominciamo a renderci conto che la diversità è una risorsa e (soprattutto) che la maggioranza non sempre ha ragione e che quindi è giusto che le minoranze gridino a gran voce il loro punto di vista.

Tornando alla “Sposa del Vento”, ci coglie, insomma, un senso di vertigine fortissimo, nel vedere questo uomo che si arrovella nel timore di perdere l’amata.
Ma le sue mani, le sue interiora, si consumano anche nell’abbraccio che a prima vista ci sembrava essere saldo: egli intuisce, nella circolarità del vento che lo circonda, che il mondo è il giocattolo nelle mani di Eros e Thanatos, che si avvicendano incessantemente, escludendo ogni possibilità di magnifiche sorti e progressive.
Nel singolo uomo il duello è tra ragione e sentimento, e ogni concessione all’uno è uno strappo all’altra. L’uomo va incontro a un destino assolutamente tragico, in cui ogni scelta è un errore, nel cui abisso egli sprofonda.

Kokoshka si strugge nel cercare un’altra esistenza, un mondo in cui il destino riserbi qualcosa di meglio agli uomini. Ma sembra che solo l’attimo più assoluto, quello che Nietzsche diceva che solo la bestia che non si ricorda il passato e non sa prevedere il futuro può vivere, possa essere una salvezza.
Peccato che per l’uomo non ci sia speranza, perchè ha sempre un passato e pensa sempre al futuro, in un incessante dialogo tra se stesso e il mondo, che non fa altro che consumarci.
Kokoshka sembra dirci che si muore lentamente ogni giorno.

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