Lichtenstein: “Ho cercato di mostrare lo status mitologico dell’ hot dog”

"That's the way it should have begun-but it's hopeless", 1968. Litografia, 94x91. Collezione privata.

Roy Lichtenstein dipinge fumetti. Taglia una scena e ne fa una copia ingrandita. In tutto questo l’artista è esattamente come in Self-Portrait, 1978: un anonimo. C’è chi, quindi, critica la possibilità di definire Lichtenstein un artista. Lo stesso Lichtenstein, però, come altri artisti, entra nella disputa su cosa sia l’Arte, sostenendo che il suo materiale non siano che i diversi livelli di realtà, e dunque -perchè no?- anche la copia di un fumetto: l’arte è tutto intorno a noi. Il suo compito è la trasformazione della realtà in linguaggio. L’artista è, quindi, solo una spugna (v. Cattelan), e non più un uomo che può dare una direzione, una chiave interpretativa. Questo è il significato fondamentale della “Pop-Art”: quando mai, fino agli anni ’60 l’Arte era stata “pop”? Quando l’artista era sceso al livello del pop? Mai. Ma non c’è nulla di felicemente democratico in questo.

Non è la democrazia che ci ha fatto arrivare a questo, infatti, ma i media, che hanno uniformato il pubblico, arrivando a tutti nello stesso modo. E per l’Arte, prima élitaria, non c’è più spazio, a meno che non voglia “prostituirsi” alle masse, arrivare anch’essa a tutti. E visto che l’artista non decide di essere artista e non può mettere freni alla sua ansia comunicativa, l’Arte si prostituisce, diventa pop (Art, 1962), semplifica e banalizza.

Tuttavia, rimane una possibilità di intravvedere un significato profondo, presente in tutti i pop-artists: il medium è il messaggio [McLuhan]. Nel rappresentare, cioè, il prodotto mediatico (anche senza indagare il fragile e controverso equilibrio tra sedotto e seduttore in cui si trovano l’Arte ed i media), si fa luce sul cambiamento che ha portato nella vita di tutti noi: la realtà è immaginabile solo come prodotto preconfezionato, come una messa in scena di se stessa. Noi, oggi, riusciamo a pensare alla mitragliatrice solo attraverso il suono del film o l’immagine del fumetto (Takka takka, 1962). Identità e forma per la prima volta nella storia dell’uomo coincidono, e l’artista non può quindi che scegliere nell’immenso panorama della realtà che cosa isolare (e qui solo può stare l’arte), oppure, come Rothko, rifugiarsi altrove.

Lichtenstein ingrandisce il retino tipografico dei fumetti (tutti quei puntini che vanno a comporre il dipinto), quasi suggerendo una straziante uniformità della realtà, fatta tutta della stessa trama, che è quella decisa dai mass-media. L’uomo è spersonalizzato, è solo funzionale alla produzione di massa, come in Joan Crawford Says (1964), , in cui il ritaglio evidenzia come Joan Crawford, di per sè, sia inutile, come sia stata usata solo ai fini di un messaggio: lei sola non significa più niente. Un ritratto non ha più senso se non in chiave pubblicitaria.

Lichtenstein ci mostra che, grazie ai pregiudizi offertici dalla subcultura della società di massa, le emozioni, i pensieri sono sempre decifrabili: si vedono nelle nuvolette. Noi tutti siamo sempre inquadrabili in categorie predeterminate. La storia non serve più a nessuno: se ne può tagliare un pezzo e renderla un’anonima tragedia, un freddo sguardo oltre dei muri di riservatezza che non esistono più. Noi siamo dei voyeur (come in Hopper), ma non ci sentiamo tali, perchè, a differenza che in Hopper, siamo in grado, attraverso quella che crediamo l’infallibile lente del pregiudizio, di vedere, sentire e capire ogni cosa che accade non solo a noi, ma anche agli altri.

Lichtenstein non si ribella, svolge semplicemente quello che ritiene essere il compito dell’artista moderno: appiattire su un linguaggio più artificiale possibile la realtà. Ma è vero che a noi in mano rimane un pugno di mosche, a parte -forse- la sensazione che proprio in questo restituirci il nulla, Lichtenstein ci stia dicendo tutto.

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