Cattelan: “Dobbiamo abituarci all’idea che non ci sono chiavi e non ci sono serrature, ma solo porte girevoli”

"A perfect day", 1999. Stampa elettrostatica montata su pannello di alluminio, 258 x 192 cm. Collezione privata.

Per parlare di Maurizio Cattelan io partirei da questo Untitled del 1996, in cui, con dei tagli alla Fontana, Cattelan incide su tela la famosa “Z” di Zorro. Di sicuro l’opera è anche una critica alla “semplicità” dell’arte di Fontana, una provocazione a quel mondo di collezionisti che paga milioni di dollari per una tela tagliata (Concetto spaziale). Gli ultimi anni ’90, infatti, erano contrassegnati per Cattelan dalla critica al mondo dell’arte: in quegli anni, come da immagine, scoccia al muro il suo gallerista Massimo de Carlo, taglia la “Z” di cui abbiamo parlato e organizza una finta Biennale ai Caraibi, cui accorrono tutti da tutto il mondo, scoprendo poi che era una bufala totale.

Tutto ciò può sembrare una banale provocazione da giullare, ma in realtà, specialmente di fronte alla “Z” di Zorro, se ci fermiamo un attimo ci rendiamo conto che Cattelan sta, come gli artisti di tutti i tempi, polemizzando con un altro artista attraverso il suo stesso mezzo espressivo. Cosa c’è di diverso tra questa “Z” e le tenzoni poetiche tra poeti del ‘200? Niente. Cattelan si esprime all’interno di una tradizione culturale: usa l’olio su tela, taglia la tela, usa un simbolo (la “Z”) che rimanda ad un determinato contesto culturale di riferimento e polemizza contro i nuovi valori e le quotazioni stellari raggiunte dalle opere d’arte. Cosa c’è di più tradizionale, di più normale, di più artistico nella nostra tradizione culturale?

E’ il caso di dire, insomma, che è vero che Cattelan è un artista che “ha avviluppato visioni indigeribili in packaging di istrionismo” (Bonami). Cattelan si definisce “spugna ed altoparlante” della società. Ma forse i critici si stanno solo concentrando su quanto alza la voce e non su quanto assorbe dalla società, su quanto ci sia di vero nelle sue opere: al di là della provocatorietà, Cattelan riesce perfettamente a rappresentare la banalizzazione della violenza (Untitled, 2004), l’angoscia di un mondo che dubita dell’esistenza di Dio, in cui anche il papa sembra essere stato abbandonato da Dio (La Nona Ora, 1999), il muro di silenzio di fronte a cui ci fa schiantare renderci conto che è la morte che ci rende tutti uguali (All, 2007), il senso di ribellione verso le èlites finanziarie che stanno mangiando l’Occidente (L.O.V.E., 2010), la nostra capacità (?) di perdonare (Him, 2001), la nostra impotenza (La ballata di Trotsky, 1996), e tanto altro…

In effetti, la nostra realtà è una porta girevole, in cui è molto più difficile, nella frenesia del movimento, distinguere dentro e fuori, vero e falso, esteriorità e interiorità [siamo oltre Hopper, in cui è difficile il dialogo tra i due: qui non sono più distinguibili]. Tutto cambia improvvisamente, e per vivere dentro questa realtà così complessa serve sviluppare una coscienza critica. E Cattelan altro non fa che suscitare nello spettatore delle domande sulla complessità della realtà.

Cattelan ci offre quello che Bodei chiama “bello problematico”: non possiamo più pensare di vivere con il paraocchi dei bei paesaggi ottocenteschi, che oggi sarebbero solo kitsch, perchè del tutto inespressivi della sensibilità dell’uomo moderno, che va risvegliato dal torpore delle televisioni e spronato ad esercitare una coscienza critica di fronte allo sfascio del mondo occidentale.

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