Duchamp: “L’arte è in realtà l’anello mancante, non quelli che esistono: Arte non è quello che tu vedi, Arte è gap…”

"Fontana", 1917. Orinatoio readymade in porcellana, 61x48x36 cm. Galleria Schwarz, Milano.

Marcel Duchamp era un anartista: l’arte lui la criticava radicalmente, la ribaltava, si comportava nei suoi confronti come ignorando le regole. Duchamp era un vero anarchico. Ma come molti anarchici era in fondo spinto da motivazioni romantiche.

Duchamp era poi un acuto pensatore. Tutti quelli che lo conobbero non esitarono mai a definirlo “l’uomo più intelligente della sua epoca”. Ora, partiamo da una considerazione: siamo attorno al 1920 e un artista vuole esporre [seppure sotto lo pseudonimo di R.Mutt, presto svelato] un orinatoio ribaltato ad una mostra, sostenendo anche che sia un’opera d’ingegno. Di sicuro, costui doveva aver pensato qualcosa di nuovo.

Duchamp era cartesiano: il “dubbio” di Cartesio era ciò che nella storia del pensiero lo affascinava di più. Duchamp ritenne, quindi, che il suo compito fosse mettere in dubbio ogni cosa, e visto che in quel momento egli era “rien q’un artiste” (niente se non un artista), incominciò con il mettere in dubbio l’arte. Egli fu il primo a porsi una domanda che avrebbe cambiato la storia dell’arte: egli si chiese “che cos’è l’Arte?”. Nessuno ci aveva mai provato prima: le critiche erano di metodo, non di fondamento: Courbet dipingeva lo spaccapietre e non i signori, Cèzanne solidificava l’immagine in cubi, ma nessuno aveva mai messo in discussione l’idea in sè di Arte; tutti erano convinti di un suo intrinseco valore, che si comunicava di generazione in generazione. Nel ‘900 tutto questo finisce: il relativismo distrugge il tempo lineare e crea un tempo diverso, esteso in profondità, differente per ogni individuo. La tradizione non può più esistere, o esiste solo in quanto viene riaccettata da ogni generazione.

L’intento primario di Duchamp era di stimolare le menti altrui, non di dare una risposta. Egli, comunque, applicando il dubbio, cercò di raggungere l’essenza dell’arte, il fatto artistico, spogliandolo di tutto ciò che ne è contorno: la presenza dell’artista, la destinazione socio-economica dell’opera, l’assenza su cui nasce (l’opera d’arte era creazione dal Nulla), e la distanza tra ciò che l’opera è e ciò che appare. Effettivamente, ci riuscì: egli introdusse il readymade (prefabbricato) nell’arte. Il prefabbricato è già fatto, l’artista potrebbe anche non esserci, la destinazione economica può mancare (l’orinatoio è rovesciato), e il suo chiaro scopo porta a una coincidenza tra essere e apparire. C.V.D.: l’Arte intrinsecamente non è nulla, è solo contorno.

Ma non può finire tutto qui! Non può Duchamp solo criticare e demolire, anche se c’è chi lo pensa. Io ritengo, invece, -c’è chi mi supporta, tranquilli- che tutto questo non sia che una dimostrazione per assurdo. Duchamp riesce subito a rispondere alla domanda: “Cos’è l’arte?”. Egli risponde che l’arte è solo contorno, perchè se si elimina il contorno ci rimane in mano solo la sua negazione, il prefabbricato, l’oggetto di tutti i giorni.

E se l’arte è contorno (essendo il contorno determinato dal contesto), bisogna -questo sì- accettare che cambi con il tempo e con le persone. Tuttavia, se l’arte, rovesciando i suoi fondamenti tradizionali, accetta la sua debolezza intrinseca, il suo essere “ragione debole”, il suo non essere scientificamente dimostrabile, paradossalmente essa acquista un senso intramontabile, perchè si lega all’essere uomini in quanto tali. Essa non è visibile, definibile, individuabile: è l’Inspegabile, l’Indefinito. Approcciarsi all’Arte significa fare un atto di fede verso qualcosa che, come Dio, non è mai stato definito, eppure si può sentire che c’è nelle maglie della realtà, accettando di non saper dire di più.

L’Arte con la A maiuscola è quella che ha superato il vaglio della negazione di quella che si credeva Arte con la A maiuscola. Quella che -come è stato detto- è in grado di creare attraverso la sua stessa negazione: negando “l’Arte”, Duchamp sta accendendo i riflettori sulla vera Arte, quella che riempie i vuoti lasciati dalle nostre infinite debolezze.

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