Van Gogh: “A momenti, come le onde che si infrangono disperate sulle scogliere indifferenti, ho un desiderio tumultuoso di abbracciare qualcosa”

"Notte stellata", 1889. Olio su tela, 73x92 cm. New York, MOMA

Vincent Van Gogh vive dopo l’impressionismo, ma non è un “puntinista”, come Seurat o Signac: non cerca affatto un modo scientifico per rappresentare la realtà. La frammentazione della sua pennellata, se pure non vuole fuggire dalla realtà, quantomeno è conscia della propria urgenza espressiva, che porta il pittore a piegare la realtà ai fini del proprio messaggio, della propria emozione. Di certo, poi, la sua è un’arte di protesta nei confronti del mondo, che non riesce ad accettare per come è (al contrario degli Impressionisti), ed anzi si convince che “non si deve giudicare Dio da questo mondo, perchè è uno schizzo che gli è venuto male”, come a cercare in Dio la possibilità di un mondo parallelo per quelli che in questo mondo sono scomodi.

La linea, che -per definizione- è mancanza di volume, trionfa su tutto, crea tutto. Un tutto che si fonda sul vuoto, sull’assenza, che tende all’ansia. C’è in tutto questo una tensione verso l’astrattismo, come anche la tentazione di rendere la creazione del quadro un momento di intensità drammatica, come se l’arte fosse tutta lì, in quel momento: come se Van Gogh preludesse a Pollock. Ed effettivamente, con la sua linea, Van Gogh sarà il padre dell’espressionismo, dell’astrattismo e dell’action painting. Ma al suo tempo non lo si sapeva: era un genio abbandonato a se stesso, che riuscì a vendere un solo quadro.

Nei suoi quadri, tuttavia, tutto questo c’è solo in potenza: in lui tutto è allo stesso tempo realtà e simbolo. La sua linea descrive la realtà, ma accentuandola la trascende [Jaspers], e la mette in contatto con la sua mente, dipingendo la realtà più vera possibile: egli dipinge le cose per come le vive, per come le sente, per come le percepisce, per come esse si fissano nella sua mente.

Ma come tutti coloro che esternano la propria arte in un oggetto, Van Gogh vuole comunicare i suoi sentimenti. Nella comunicazione Van Gogh vede l’ultima possibilità di salvezza.
Van Gogh scrive ossessivamente lettere al fratello, si interessa agli altri, seppur con la ruvidezza del suo carattere.
La sua arte è un urlo disperato alla ricerca di un abbraccio, come quello in cui sembra avvolgersi il cielo in questa notte stellata; nella speranza, rappresentata dalle stelle, che dall’altra parte ci sia qualcuno. Ma per ora, il mondo non è pronto a rispondergli, e le uniche certezze sono Dio (il campanile che arriva al cielo) e la morte (il cipresso in primo piano).

La solitudine in cui il mondo lo lascerà trasformerà le stelle in corvi e porterà Van Gogh al suicidio.

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