Morandi: “di tutto resta una bottiglia bianca…”

"Natura morta", 1960. Olio su tela, 30x40 cm. Rovereto, MART.

Giorgio Morandi sembra uno che vive in un’epoca non sua: non perchè guarda al passato, ma al contrario -nonostante le apparenze-perchè guarda al futuro, o meglio, lancia un messaggio valido in ogni tempo, e ancor più oggi.

Morandi guarda intensamente (in questo periodo della sua vita artistica) un segmento di realtà, che lui stesso si è creato, per coglierne tanto la “natura morta”, quanto la “still life” [“vita immobile”, che è il modo inglese di definire la natura morta], tanto la staticità del ritaglio della realtà, quanto la meraviglia per le piccole novità che, anche solo nel tempo tecnico necessario a dipingere, intervengono sugli oggetti.

Questi oggetti diventano le forme del sentimento: singolarmente e collettivamente esprimono un “correlativo oggettivo” delle emozioni del pittore, che non li dipinge per rappresentare la loro apparenza, quanto per descrivere ciò che ha dentro, trattandoli così sulla tela con l’intimità di chi ha maturato una scelta faticosa: egli sceglie la bottiglia bianca, ad es., perchè è un segno di purezza, alterità, indefinito, e luce, e la tratta, di conseguenza, come se fosse l’ultima cosa di cui ha certezza al mondo.

La luce, appunto, dà al dipinto il tono di una “severa elegia luminosa” (Longhi), in cui una luce profonda, -o meglio- che viene dal pronfondo, non è un raggio orientato dalla natura, ma scandisce i tempi lunghi e puri della comunicazione dei più intimi pensieri tra pittore e spettatore.

Si sente, guardando Morandi, la “triste meraviglia” (Montale) con cui il pittore, come il suo amato Leopardi che siede sull’ “ermo colle”, compie un viaggio immobile in cui cristallizza e purifica il tempo. Un viaggio immobile nella confusione del mondo, in cui il pittore ricerca la persistenza delle cose, dell’identità di cui esse sono portatrici, nella triste coscienza, tuttavia, dell’incessante scorrere del tempo, nella comprensione che l’uomo non può andare oltre il limite, la “siepe”, la “muraglia/ che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”.

Gli oggetti delle nature morte di Morandi si addolciscono attorno ai loro vibranti confini, che tengono aperta la via alla comunicazione tra Io e Altro, esterno e interno. Essi fissando un’immagine, contemporaneamente ne accolgono il divenire, riuscendo nell’unica operazione di vera poesia cui l’uomo riesce a giungere: passare dall’indefinito all’infinito, senza mai arrivarci.

Ed è così che le pennellate accettano la loro parzialità, la loro inadeguatezza, e si limitano a rappresentare degli scorci, degli angoli di presente che non hanno altra pretesa che essere poetiche “curve nella memoria” (De Gregori).

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