Jackson Pollock: “un quadro ha una vita propria”

"Painting (Silver over Black, White, Yellow and Red)", 1948. Tempera su carta montata su tela, 61x80 cm. Centre Georges Pompidou, Paris.

Jackson Pollock è stato un pittore, un artista. Ma questa definizione l’avrebbe odiata:  l’artista è per lui semplicemente un uomo, come tutti noi, che vive in uno spazio-tempo determinato e la sua opera altro non è che ciò che lui svolge in quello spazio-tempo. L’opera d’arte, insomma, non è un oggetto, ma un evento; non è un prodotto, ma un processo.

E se, in quanto processo, un’opera d’arte altro non è che la rappresentazione di ciò che accade in un determinato spazio-tempo, realismo richiede che venga rappresentato il gesto artistico/l’azione nella sua purezza, non l’azione tesa ad un fine: “I paint just to paint” (dipingo solo per dipingere), come diceva lui.

L’arte diventa pura espressione, governata da un magico rituale interiore, in cui a guidare la mano, più che la ragione, è il caso.

E, come sempre nella vita, il caso vince sulla ragione: tutto scorre come un lungo discorso in cui siamo noi a mettere la punteggiatura dove in realtà non ci sarebbe, a mettere un punto fermo che siamo incapaci, in quanto uomini, di non mettere (anche solo per il fatto di considerare un’opera “finita”). Niente nella vita è “finito” per Pollock: ed ecco che capiamo perchè avrebbe odiato quell’ “è stato un pittore” che ho usato in apertura.

Infatti, Pollock, che a questo punto appare un po’ il Joyce dell’arte figurativa, intuisce che la vita è tutto un processo, potenzialmente infinito, in continua formazione: chi, del resto, potrebbe dire che questa tela non potrebbe essere continuata, che le sue geometrie non potrebbero essere intessute più a fondo? E allora questo quadro non è un po’ una rappresentazione della vita? O meglio, non ha dentro di sè la vita stessa, così poco definibile, se non per “tutto ciò che accade in uno spazio-tempo”?

E al caso Pollock si affida, in un vortice di linee in cui (e al proposito c’è uno studio interessantissimo) sembra vero che, come sostiene la geometria frattale, tra un punto A e un punto B (nello spazio, come nel tempo) si possa, tracciando linee non rette, continuare all’infinito, senza arrivare mai al punto B. E del resto non è questa la storia della vita di ciascuno di noi?

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