de Pisis: “e il mio cuore sì lieve stasera / con le sue belle ali di vento”

"Fiori nel barattolo", 1950. Olio su cartone telato. 35x50 cm. Milano, collezione privata.

E’ precario l’equilibrio di Filippo de Pisis, pittore e poeta omosessuale, nonostante pochi riescano ancora oggi a dirlo.

Ieri dicevamo di Mirò e del suo legame con la poesia, ma oggi vediamo un altro grande pittore del ‘900 rapportarsi con la poesia. Mi viene da dire che se per Mirò la poesia è uno strumento per districarsi nella realtà, per de Pisis è una realtà.

De Pisis ferma nell’immagine il ricordo della realtà tra una chiusura e una riapertura delle palpebre. Quell’attimo di buio in cui il ricordo di ciò che c’è viene trasfigurato dal sentimento, in cui l’occhio riesce ad afferrare i veloci viaggi tra la luce e le cose. De Pisis ritrova la sacralità della poesia nella quotidianità, nel vaso di fiori di campo di Brugherio (dove soggiornò in casa di cura gli ultimi anni di vita): dipinge come se stesse scrivendo un diario (di cui era irrefrenabile compilatore), in cui la realtà assume delle sfumature tutte sue proprie, in cui i contorni non interessano, ma i particolari colpiscono la memoria.

De Pisis non è impressionista per il semplice fatto che deve chiudere gli occhi per capire cosa dipingere, deve guardarsi dentro, e non guardare fuori. Ma, almeno a mio parere, non è nemmeno metafisico: la sua non è una pittura onirica, extraterrestre, non ricerca un’armonia che già trova nella realtà, perchè -come direbbe Montale, che lo conosceva- “tutte le immagini portano scritto “più in là” “, e questo per lui è la realtà profonda delle cose, non le ragioni dell’intelletto razionale.

La pittura di de Pisis, insomma, è una tensione, un volo del cuore tra gli oggetti della vita con “ali di vento”, così fragili che tutta la tensione della pennellata prelude all’attimo in cui si riapriranno gli occhi e tutto tornerà monotono.

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