Joan Mirò: “Voglio assassinare la pittura”

Personaggio (con ombrello) - 1931, replica 1973. Legno, foglie secche e ombrello, h. 98 cm, Fundaciò Juan Mirò, Barcellona

Joan Mirò (1893-1983) era un assassino. Ma uno di quegli assassini che uccide per conquistarsi la libertà: quando lui diceva che voleva assassinare la pittura, infatti, altro non intendeva che quella pittura che aveva tenuto per secoli gli artisti incatenati a modelli, tempi e tecniche che non erano che forzatura dell’estro, di quella poesia inconscia che guida ogni uomo nei suoi pensieri, e quindi anche nell’opera d’arte.

Per Mirò, insomma, non ci può essere una tecnica pittorica preimpostata: la realtà è il motore del suo lavoro, ma la poesia è l’unico strumento per interpretarla. La logica che lega ogni elemento nei suoi dipinti e nelle sue sculture è sempre e solo poetica, se non inconscia.

Un assassinio così ben pianificato non poteva che produrre risultati positivi, e in fretta: nel 1930 Mirò compone questo “Personaggio (con ombrello)”, che insieme assassina la pittura e rivoluziona la scultura.

Se il collage, per Mirò, con la sovrapposizione sulla tela della realtà stessa e non della sua rappresentazione, è già assassinio della pittura, la rappresentazione tridimensionale del collage (come è questa scultura) è un colpo mortale.

“Personaggio”, infatti, è un assemblaggio: un assemblaggio che insieme rappresenta tridimensionalmente il collage e rompe ogni legame con la scultura tradizionale, che da secoli -come diceva Michelangelo- “si fa per levare”, e cioè togliendo quanto necessario da un blocco di pietra o di legno.

Mirò, insomma, paradigma dell’uomo moderno, non si accontenta più di rappresentare la realtà, ma la vuole assemblare, modificare, usare secondo la propria indole.

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