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Talking with: Roberto Ciaccio

Roberto Ciaccio

Nel lavoro di Roberto Ciaccio ri realizza il percorso di un metalinguaggio della stampa originale, che nasce dalla decostruzione del pensiero di Walter Benjamin, nel suo fondamentale saggio “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”.

Qual è il rapporto tra lastra e foglio?
La lastra rilascia tracce ma accoglie anche tracce dei fogli. Io non le cancello: lascio che si stratifichino e che il tempo agisca.
Tra un’impressione e l’altra di una stessa lastra su un foglio si creano delle “petites différances” –come diceva Derrida–, che rendono ogni opera un originale, una cosa a sé.

C’è una distanza ideale da cui guardare le sue opere?
Il discorso della distanza è importantissimo nel mio lavoro. La possibilità di vedere le opere in sequenza è fondamentale: noi possiamo guardare sia la singola opera, sia una sequenza di opere, che è essa stessa un’opera, che lavora su una serialità che implica per lo sguardo e per il pensiero un movimento longitudinale oltre che in profondità. Cosa diversa è osservare la singola opera, che però si modifica sempre nell’interazione con le altre.
Detto ciò, mi ha sempre incuriosito il fatto che l’opera istituisca il suo proprio luogo, quello della sua aura -secondo il concetto di Benjamin-: il mio lavoro porta la figura ad apparire ai limiti di una soglia visiva, per cui c’è sempre un’oscillazione continua dello sguardo, che per noi si traduce in un continuo tentativo di messa a fuoco, che però ci sfugge. Il nostro occhio, infatti, non riesce a conseguire una stabilità su un punto, senza perderne un altro, ed anche la macchina fotografica digitale non riesce a mettere a fuoco queste immagini.

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Long: “Le mie opere sono reali, non illusorie o concettuali. Sono fatte di pietre reali, tempo reale, azioni reali”

"Camminata per tutte le strade ed i sentieri, toccando o attraversando un cerchio immaginario", 1977. Mappa, testo, azione. Somerset, Inghilterra.

Richard Long non ama essere inserito nel movimento della Land Art, che si affermò attorno agli anni ’60 ed è uno dei movimenti più interessanti della seconda metà del ’900. La Land Art nasce, dopo la ripresa di realismo –o meglio, di realtà– della Pop Art, come un’ulteriore rifiuto dell’Espressionismo Astratto. che vedeva l’arte nella sua autonomia extratemporale, rifugiandosi in una dimensione altra rispetto alla realtà, completamente distaccata dal mondo e dalla società (v. ad es. Rothko). Già il minimalismo, nella sua interazione con l’ambiente circostante, esprimeva una direzione diversa. Dal minimalismo e dalla Body Art, la Land Art prende una gestualità spesso minimale (almeno nell’impatto visivo), che dialoga sempre con l’ambiente che ha intorno. Questo dialogo dai land-artists viene caricato anche di significati politici molto evidenti: molto prima di chiunque altro, essi pongono la loro attenzione sull’ambiente in senso ecologista; intuiscono già dagli anni ’60 che il modello di sviluppo consumistico stava minando alla base la nostra convivenza con la Natura, sia in termini di sostenibilità ambientale, sia di turbamento dell’interazione Uomo-Natura. La loro Arte contesta anche ogni modello di produttività capitalistica, che proprio in quegli anni, con le gallerie newyorkesi si stava impossessando anche del mondo dell’Arte. Opere come questa, che consiste in una banale camminata, non potevano in alcun modo essere commercializzate, e per qualche tempo mandarono “in tilt” il sistema del commercio dell’Arte.

L’Arte non era più finalizzata alla produzione di un oggetto, ma alla produzione di una relazione, che costitutivamente si svolge in uno spazio-tempo preciso, che rifugge dalla a-temporalità dell’astrattismo americano (si pensi a Michael Heizer a “When Attitudes Become Form”). Svolgendosi nello spazio, e non producendo un oggetto, necessariamente ogni rappresentazione fisica dell’opera non è davvero l’opera, ma solo un suo residuo oggettuale. Una fotografia, o una mappa (come in questo caso) ci dice tanto la presenza, quanto l’assenza dell’opera: lo spettatore poteva vedere la mappa esposta nella galleria, ma non Richard Long che in quel momento stava camminando per i sentieri del Somerset.
Le opere di Land Art o non producono un oggetto, o, qualora lo producono, esso è destinato al deterioramento inarrestabile nella natura. Del resto, da una parte la contestazione della “crioconservazione” dell’opera nei musei e nelle gallerie, e, dall’altra, il ritorno alla Natura sono elementi essenziali della poetica della Land Art: le opere sono inserite nel processo cosmico dell’entropia (cioè la tendenza al disordine e, quindi, alla distruzione), e sarebbe perciò assurdo pretenderne la conservazione. Leggi l’articolo completo

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Manzoni: “Ho mangiato una scultura”

"Consumazione dell'arte dinamica del pubblico divorare l'arte", esemplare n°16, 1960. Uovo, inchiostro, bambagia e legno, 5,6x6,8x8,2 cm. Collezione privata.

Il titolo di quest’opera è già un’enigma, e ciò non ci stupisce se parliamo di Piero Manzoni. L’immagine riportata, in realtà, non visualizza altro che il residuo oggettuale della vera opera d’arte, che consisteva in una performance di Manzoni il 21 luglio 1960 alla Galleria Azimut di Milano. Durante la performance, degli studenti di Brera, o di quell’ “Accademia alternativa” che era il bar Jamaica di quegli anni, non facevano altro che mangiare circa 150 “uova d’artista” sode, su cui Manzoni aveva apposto la propria impronta digitale.

Il titolo, alla luce di questa descrizione, dovrebbe quindi apparire come: “Consumazione dell’arte. Dinamica del pubblico. Divorare l’arte”. Evidentemente l’opera non è altro che l’allegoria della creazione dell’opera d’arte, in particolare scultorea: prelievo di un materiale naturale e sua trasformazione in opera d’arte attraverso la mano dell’artista, cui viene attribuita una sorta di sacralità. Ed, in effetti, è facile capire come la riflessione di Manzoni si ponga in linea con quella avviata da Duchamp con i suoi ready-made, per cui la scelta dell’artista è ciò che fa l’Arte. Come dire che tutto può essere arte, e come dire, quindi, che niente è arte. Come avevamo già visto per Duchamp, però, dire che niente è arte significa dire tutto dell’Arte, della sua esigenza di essere l’Indefinito che riempie le nostre debolezze, e non un rigido e forte schematismo che si fissa davanti a noi in un arido e muto monologo. Leggi l’articolo completo

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Talking with: Marina Abramović

Marina Abramović

Sabato 24 marzo incontro Marina Abramović nell’ambito della sua mostra milanese “The Abramović Method”, fino al 10 giugno al PAC di Milano. Ecco, quindi, qualche domanda che sono riuscito a farle solo per voi… Leggi l’articolo completo

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DALÌ: “COS’È LA TELEVISIONE PER L’UOMO, CHE DEVE SOLO CHIUDERE GLI OCCHI PER VEDERE LE PIÙ INACCESSIBILI REGIONI DEL VISIBILE E DELL’INVISIBILE, CHE DEVE SOLO USARE L’IMMAGINAZIONE PER ATTRAVERSARE I MURI E NEI SUOI SOGNI FAR SVEGLIARE DALLA POLEVERE TUTTE LE BAGHDAD DEL PIANETA?”

"Sogno causato dal volo di un'ape attorno ad una melagrana un attimo prima del risveglio", 1944. Olio su tela, 51x41 cm. Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza.

Salvador Dalì è un artista molto controverso. C’è perfino chi lo ritiene un uomo che “porta nella visione onirica e piena di implicazioni sessuali un suo delirio di grandezza, un’ampollosa retorica neo-barocca, una ripugnante mescolanza di lubrico e di sacro” (Argan). Probabilmente è vero, ma è altrettanto vero che Dalì è uno dei geni dell’arte del ’900.

A mio avviso è fuorviante considerarlo un surrealista, e da qui possono essere nati molti equivoci: non ultimo dei motivi è che il surrealismo aveva posto fine all’idea dell’artista come creator mundi, vedendolo solo come “passivo” medium di contatto con una dimensione oltre la realtà, ed invece Dalì è un creatore quasi romantico, assai più che chiunque altro nel Novecento.
Il surrealismo, infatti, con la sua “pratica dell’inconscio” prelude all’action painting di Pollock, ma guardando Dalì nulla potrebbe esserci di più lontano. Leggi l’articolo completo

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