Hopper: “è difficile dipingere contemporaneamente l’esterno e l’interno”

"Morning in a City", 1944. Olio su tela, 112x153 cm. Williams College Museum of Art, Williamstown, Massachusetts (USA).

Per Edward Hopper esterno e interno significano anche interiorità e esteriorità, natura e artificio, noi e altri, prima e dopo: insomma, tutte le dicotomie che costellano la nostra vita di poveri mortali, che spesso faticano a trovare la terza via. Hopper cerca appunto una difficile conciliazione in tutto questo: il suo è, nell’arte, il mestiere di tutti noi tutti i giorni.

Il nostro punto di vista, nei quadri di Hopper, è sempre inadeguato: c’è sempre qualcosa che non riusciamo a capire, c’è sempre una prospettiva ingannevole, qualcosa che ci sfugge: la prospettiva in Hopper non serve più a oggettivare la vista soggettiva, ma a evidenziare le carenze che il nostro punto di vista si porta dietro. Talvolta arriva anche ad infondere un senso di fastidio per essere stati collocati in una posizione in cui non si vorrebbe essere: Hopper ci fa diventare, come Duchamp, dei voyeur.

Noi spiamo una scena dal buco della serratura, vediamo una donna nuda, con freddezza, distacco, quasi fosse una preda del nostro sguardo, come la famosa soubrette sul palcoscenico. Ma in quanto voyeur, noi non possiamo comunicare con questa donna, che pure vediamo nella più forte intimità. Lei, soprattutto, non ci può dire cosa c’è sotto il manto blu in basso a sinistra, nè perchè si sta coprendo con un asciugamano guardando fuori dalla finestra: dal nostro punto di vista noi non riusciamo a vedere quello che c’è fuori.

Ma se non esiste un punto di vista “giusto”, da cui si possa vedere tutto, allora cos’è la realtà?

Per Hopper la realtà sembra essere un inestricabile groviglio di piani diversi, di punti di vista diversi, di diverse realtà soggettive. Tuttavia, conscio di questa complicazione della realtà in cui l’uomo moderno si è gettato (e per lui esempio di questo è il treno, realtà in movimento in un’altra realtà, che diventa indifferente), invece che rispondere come Picasso, che cerca di inserire nello stesso quadro [fallendo] i diversi piani della realtà, lo scorrere del tempo e i diversi punti di vista, Hopper opta per un “primitivismo controcorrente”: dà una risposta realista, semplice, parziaria. Egli sa che quello che sta dipingendo è solo un frammento senza risposte, ma si accontenta, prende coscienza della debolezza dell’arte, proprio come Duchamp, che a prima vista sembrerebbe così lontano da lui.

Grazie a questa semplicità, però, ci sembra di cogliere nei suoi quadri una religiosità accennata, un rispetto delle cose semplici della vita: nel turbinio della quotidianità i personaggi di Hopper sembrano folgorati dalla capacità di accorgersi di qualcosa senza rifletterci sopra [Kranzfelder]. E glielo si legge negli occhi, che sono, però, sempre rivolti da un’altra parte, sprofondati nei loro stessi sguardi che sono sempre e solo introspettivi, mai rivolti a noi: come se riuscissimo a intuire ma non a condividere.

Sembra quasi che l’individualismo in cui ci siamo cacciati non ci releghi ad altro che al ruolo di voyeur da dietro una tenda o da un buco della serratura, come se, anche quando fossimo animati dalla buona intenzione di capire l’altro, tutte le nostre attenzioni venissero sistematicamente frustrate, e (come in uno degli ultimi e nell’ultimissimo quadro) non rimanesse nulla se non un grande senso di vuoto e la sensazione di aver vissuto la vita da attore su un palcoscenico del teatro del mondo.

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